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GIORGIA MELONI, L’ITALIA DOPO IL RECORD

QUATTRO ANNI DI STABILITÀ, UN PAESE ANCORA ALLA RICERCA DELLA TRASFORMAZIONE E UNA NUOVA BATTAGLIA PER IL FUTURO DELL’EUROPA.

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GRANDE DOSSIER ESCLUSIVO CPGNNews

Un’inchiesta sulla traiettoria politica di Giorgia Meloni, sulla trasformazione dell’Italia, sulla nuova destra europea e sulle ricomposizioni della potenza italiana nel cuore dell’Europa.

PATRICK MOISE

Analista geopolitico | Giornalista

Da Madrid, Spagna | Ricerca, analisi e riflessione sull’Italia, sull’Europa, sulle dinamiche politiche contemporanee e sulle trasformazioni della potenza europea.

CPGNNews,
CaribPulse Global News Network | 15 settembre 2026.

Born in the Caribbean, Open to the World!

1414 GIORNI: IL MOMENTO IN CUI LA STABILITÀ È DIVENTATA UN PROGRAMMA POLITICO

Bari, settembre 2026. Ci sono momenti nella vita politica in cui emerge una silenziosa ironia, una di quelle che gli slogan elettorali non riescono mai a cancellare completamente. Quando un governo celebra la propria longevità, non celebra soltanto il trascorrere del tempo. Afferma implicitamente che il tempo stesso costituisce una prova di successo. È precisamente ciò che è accaduto in Italia all’inizio di settembre, quando Giorgia Meloni è apparsa a Bari per celebrare un record che, in qualsiasi altra democrazia europea, potrebbe sembrare quasi amministrativo, ma che in Italia assume un significato storico: il suo governo era diventato il governo più longevo della Repubblica dal 1946, superando il precedente record detenuto dal secondo governo di Silvio Berlusconi. Il 4 settembre, il contatore ha raggiunto i 1.413 giorni secondo i calcoli dei media italiani e internazionali, continuando poi a crescere dopo il superamento del record. Meloni ha presentato questa continuità come il principale risultato politico del suo governo, sostenendo che la stabilità avesse contribuito a ristabilire la fiducia, rafforzare la credibilità finanziaria del Paese e dare all’Italia una voce più autorevole in Europa e negli affari internazionali.

Il simbolismo non è secondario. Dalla nascita della Repubblica, l’Italia ha avuto 68 governi e 31 presidenti del Consiglio dei ministri, con una durata media dei governi di circa quattordici mesi. Il sistema parlamentare italiano ha prodotto a lungo una forma particolare di instabilità: le maggioranze potevano sopravvivere a diversi cambiamenti di coalizione, i partiti potevano ricomporsi senza che l’equilibrio elettorale del potere venisse completamente rovesciato e uno stesso ciclo politico poteva conoscere diversi governi successivi. Questa instabilità istituzionale non significava necessariamente che lo Stato italiano fosse incapace di funzionare, ma alimentava una percezione duratura di fragilità governativa. La longevità di Meloni si colloca quindi in un contesto nel quale la continuità dell’esecutivo è diventata essa stessa un oggetto politico.

Tuttavia, è necessario resistere fin dall’inizio a una scorciatoia interpretativa. La durata non è riforma. La continuità non è trasformazione. E la stabilità, da sola, non costituisce un indicatore sufficiente di prosperità. Può essere una condizione necessaria per una politica pubblica ambiziosa, ma non ne rappresenta mai la prova. Un governo che rimane in carica per quattro anni possiede un vantaggio considerevole rispetto a uno che sopravvive soltanto pochi mesi: può pianificare, investire, riformare, correggere i propri errori, negoziare con i propri partner e inserire le proprie decisioni in una strategia di lungo periodo. Ma questo vantaggio crea anche un obbligo politico più pesante. Con il passare del tempo, diventa sempre più difficile attribuire le carenze persistenti ai governi precedenti, alle crisi ereditate o all’instabilità istituzionale. Il tempo che inizialmente protegge chi è al potere finisce per esporne il bilancio.

È proprio questo a rendere così interessante l’esperienza di Giorgia Meloni. Il suo governo non è né il fallimento previsto da alcuni dei suoi oppositori quando è arrivata al potere, né il successo senza riserve talvolta suggerito dalla sua stessa comunicazione politica. Occupa uno spazio molto più complesso: quello di un Paese che ha effettivamente recuperato un certo grado di stabilità politica e una maggiore credibilità finanziaria, ma che continua ad affrontare profonde debolezze strutturali. Il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita del PIL reale italiano dello 0,5% nel 2026, mentre anche la Commissione europea prevede una crescita dello 0,5%. Il deficit pubblico è sceso al 3,1% del PIL nel 2025 ed è previsto al 2,9% nel 2026, un miglioramento significativo rispetto ai deficit eccezionali degli anni della pandemia e del periodo successivo alla pandemia. Tuttavia, il debito pubblico rimane eccezionalmente elevato, con la Commissione europea che prevede un livello pari al 138,5% del PIL nel 2026. L’Italia ha quindi migliorato alcuni dei propri equilibri fiscali senza risolvere la contraddizione fondamentale tra un debito pubblico molto elevato e una crescita strutturalmente debole.

Il mercato del lavoro offre un’altra illustrazione di questa realtà multilivello. Nel luglio 2026, l’Italia contava circa 24,37 milioni di occupati, con un tasso di occupazione del 63,2% e un tasso di disoccupazione del 5,8%. Nel corso dell’anno precedente, l’occupazione era aumentata di 307.000 unità, mentre la disoccupazione era diminuita. Questi dati costituiscono indiscutibilmente un risultato positivo e consentono al governo di sostenere che le sue politiche economiche abbiano contribuito a consolidare l’occupazione. Ma le stesse statistiche rivelano anche limiti che il solo tasso di disoccupazione non è in grado di cogliere. La disoccupazione giovanile si attestava ancora al 18,9% a luglio, mentre il tasso di inattività tra le persone di età compresa tra 15 e 64 anni rimaneva al 33,8%. L’Italia continua quindi a soffrire di una partecipazione insufficiente al mercato del lavoro rispetto alle proprie esigenze demografiche ed economiche, soprattutto tra le donne e i giovani.

La questione salariale aggiunge un’altra dimensione al paradosso. I salari contrattuali sono in aumento, ma la loro evoluzione deve essere considerata all’interno di un contesto caratterizzato dagli shock inflazionistici degli ultimi anni e dai ritardi accumulati nel rinnovo di numerosi contratti collettivi. Nel giugno 2026, l’indice delle retribuzioni orarie contrattuali era superiore del 2,4% rispetto a un anno prima, mentre la retribuzione oraria media era aumentata del 2,6% durante il primo semestre dell’anno. Allo stesso tempo, l’inflazione armonizzata ha raggiunto il 3,2% ad agosto, secondo le stime preliminari. Il problema italiano non può quindi essere ridotto a una semplicistica opposizione tra «aumento dell’occupazione» e «riduzione del potere d’acquisto». Richiede di esaminare simultaneamente le dinamiche dei salari, dei prezzi, della produttività e della partecipazione al mercato del lavoro. È questa combinazione a determinare la reale capacità delle famiglie di migliorare il proprio tenore di vita.

La crescita rafforza questa impressione di stabilità senza accelerazione. I dati nazionali pubblicati dall’Istat mostrano che, nel secondo trimestre del 2026, il PIL italiano è cresciuto dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell’1,0% su base annua. Queste cifre sono ben lontane dall’indicare un’economia in recessione, ma non corrispondono neppure a una fase di spettacolare trasformazione economica. Per confronto, l’area dell’euro è cresciuta dello 0,6% nel secondo trimestre su base trimestrale, mentre l’Unione europea è cresciuta dello 0,7%. Il divario ricorda che la sfida italiana non consiste semplicemente nella sopravvivenza economica, ma nella capacità di generare una crescita sufficientemente robusta da assorbire il peso del debito, finanziare i servizi pubblici, migliorare i salari e rispondere alla crisi demografica.

È qui che la narrazione politica della stabilità incontra il suo primo limite intellettuale. L’Italia di Meloni non è un’Italia congelata. Ha conosciuto cambiamenti significativi, in particolare in materia di occupazione, politica migratoria, politica di difesa, rapporti con Washington, ruolo di Roma nel dibattito europeo e strategia mediterranea. Ma le trasformazioni più profonde, quelle che riguardano produttività, istruzione, sanità, pubblica amministrazione, demografia, salari e struttura territoriale dell’economia, rimangono molto più difficili da misurare. Reuters osservava alla fine di agosto che diverse delle principali riforme istituzionali del governo avevano incontrato ostacoli significativi, mentre le misure relative alla sicurezza e all’ordine pubblico avevano ottenuto risultati maggiori. La differenza tra la capacità di legiferare rapidamente su alcune questioni e la difficoltà di trasformare le strutture più profonde dello Stato rappresenta uno dei fili conduttori centrali del bilancio di Meloni.

Anche la dimensione istituzionale deve essere considerata. Meloni è arrivata al potere con la promessa implicita di realizzare non soltanto una nuova maggioranza, ma una nuova architettura politica. Il rafforzamento del ruolo del presidente del Consiglio, la riforma della giustizia e l’autonomia differenziata figuravano tra le principali iniziative che avrebbero potuto modificare durevolmente l’equilibrio della Repubblica. Tuttavia, diversi di questi progetti sono stati rallentati, contestati o parzialmente indeboliti. La riforma della giustizia è stata respinta tramite referendum, mentre la proposta volta a rafforzare direttamente i poteri del capo del governo ha incontrato seri ostacoli parlamentari e politici. Anche la Corte costituzionale ha limitato alcuni elementi della riforma dell’autonomia regionale. Il governo ha quindi ottenuto qualcosa che i governi italiani raramente ottengono: tempo, senza aver ancora dimostrato di poter trasformare quel tempo in una revisione istituzionale di analoga portata.

La politica migratoria presenta una contraddizione diversa. Su questo tema, Meloni ha indiscutibilmente spostato il centro del dibattito. La riduzione degli arrivi irregolari, gli accordi con i Paesi di transito, la cooperazione con Tunisia e Libia e il controverso esperimento dei centri in Albania hanno contribuito a ridefinire il dibattito italiano e, in una certa misura, anche quello europeo. Il controllo delle frontiere non viene più presentato semplicemente come una risposta italiana a una crisi mediterranea; è diventato parte di un dibattito europeo più ampio sull’esternalizzazione delle procedure, sui Paesi di transito e sulla capacità degli Stati di controllare le proprie frontiere. Ma questa strategia ha anche posto Roma al centro di controversie giuridiche e umanitarie, soprattutto quando i tribunali italiani hanno contestato alcune misure del governo. Anche in questo caso, il bilancio può essere compreso soltanto tenendo insieme l’efficacia politica rivendicata dal governo e i vincoli giuridici cui esso è sottoposto.

La dimensione internazionale completa il quadro. La Meloni del 2026 è difficile da confrontare con la leader di Fratelli d’Italia che, solo pochi anni prima, stava costruendo la propria identità politica dall’opposizione. Il suo governo ha scelto un chiaro orientamento atlantico, ha sostenuto l’Ucraina, ha mantenuto uno stretto rapporto con Washington e ha cercato di fare del Mediterraneo allargato uno spazio strategico per l’Italia. Questo orientamento ha contribuito a rassicurare diversi partner occidentali che inizialmente avevano messo in discussione l’arrivo al potere di una leader proveniente dalla destra radicale. Ma la normalizzazione internazionale non significa la scomparsa del conflitto ideologico. Meloni rimane una leader conservatrice che ha fatto della sovranità nazionale, della sicurezza, della famiglia e del controllo dell’immigrazione elementi essenziali della propria identità politica. La sua evoluzione non consiste quindi nell’abbandono delle proprie origini, ma nell’adattamento di tali origini alle esigenze di governo di una grande democrazia europea.

Questo potrebbe spiegare meglio di ogni altra cosa la longevità del governo. Meloni ha compreso che una destra nazionale non poteva governare l’Italia in modo sostenibile rimanendo intrappolata in una permanente posizione di opposizione. Doveva diventare una forza di governo senza perdere completamente ciò che ne costituiva l’identità. Doveva rassicurare i mercati senza abbandonare il proprio discorso sociale e nazionale. Doveva lavorare con Bruxelles senza rinunciare alla sovranità. Doveva rimanere vicina a Washington senza ridurre la politica estera italiana a un allineamento con gli Stati Uniti. Doveva controllare l’immigrazione senza ignorare i vincoli del diritto europeo e italiano. Infine, doveva mantenere una coalizione composta da sensibilità politiche differenti preservando al tempo stesso la predominanza di Fratelli d’Italia.

Questa capacità di adattamento è probabilmente il vero risultato politico di Giorgia Meloni. Ha trasformato una formazione che un tempo era stata periferica in una forza centrale del sistema politico italiano e ha dimostrato che una leader proveniente dalla destra postfascista poteva diventare un’interlocutrice riconosciuta dalle istituzioni europee e dalle principali capitali occidentali. Ma questo risultato contiene anche una questione storica. Quanto più Meloni si è normalizzata all’estero, tanto più ha dovuto rispondere a una domanda interna: fino a che punto può spingersi la normalizzazione senza modificare la sostanza politica che ha reso possibile la sua ascesa?

Con l’avvicinarsi delle elezioni del 2027, questa domanda diventa ancora più importante. La stabilità che un tempo costituiva una promessa è ora diventata un record da difendere. Gli elettori non dovranno più decidere semplicemente se desiderano preservare un governo stabile. Dovranno giudicare ciò che quel governo ha prodotto durante la quantità eccezionale di tempo di cui ha disposto. Crescita, salari, demografia, servizi pubblici, debito, immigrazione, istituzioni e posizione internazionale dell’Italia saranno quindi esaminati insieme, non più come dossier separati, ma come dimensioni differenti della stessa esperienza politica.

Il record di Giorgia Meloni è dunque reale, storico e politicamente significativo. Ma non risponde ancora alla domanda essenziale. Dimostra che un governo italiano può durare. Resta da dimostrare se possa utilizzare questa longevità per trasformare profondamente il Paese.

È da questa tensione che nasce la vera storia di Giorgia Meloni: non la storia di una politica che è riuscita a rimanere al potere, ma quella di un governo la cui longevità impone ora una responsabilità molto più esigente, vale a dire dimostrare che la stabilità non è stata semplicemente un metodo per conservare il potere, ma il mezzo per produrre una trasformazione duratura dell’Italia.

L’ITALIA CAMBIA MARCIA

1. UNA REPUBBLICA COSTRUITA SULL’INSTABILITÀ

Per comprendere ciò che la longevità di Giorgia Meloni rappresenta realmente, bisogna partire da un fatto che può apparire quasi banale quando viene ridotto a una statistica, ma che assume un significato molto più profondo se inserito nella storia politica italiana. Dalla nascita della Repubblica nel 1946, l’Italia ha conosciuto una successione di governi abbastanza rapida da fare dell’instabilità una componente della cultura politica del Paese. Reuters osserva che, nell’arco di otto decenni, la Repubblica ha avuto 68 governi. Il confronto con l’attuale esecutivo è quindi particolarmente significativo: il governo entrato in carica il 22 ottobre 2022 ha superato nel settembre 2026 la soglia che lo ha reso il governo più longevo nella storia della Repubblica Italiana, superando il secondo governo di Silvio Berlusconi, durato 1.412 giorni.

Questa successione non ha mai significato che l’Italia fosse incapace di governarsi. Sarebbe un’interpretazione troppo semplicistica della sua storia. Il Paese ha prodotto governi capaci di adottare importanti riforme, realizzare profonde trasformazioni economiche, contribuire all’integrazione europea e svolgere un ruolo decisivo negli affari internazionali. Ha inoltre conosciuto periodi di notevole continuità politica all’interno di determinate coalizioni o sotto particolari presidenti del Consiglio. Tuttavia, i meccanismi istituzionali e partitici della Repubblica Italiana hanno a lungo favorito riallineamenti, coalizioni complesse, cambiamenti delle maggioranze parlamentari e governi di transizione. La durata relativamente breve dei governi ha quindi creato una cultura politica nella quale la capacità di sopravvivere a una crisi poteva talvolta diventare quasi importante quanto la capacità di trasformare lo Stato.

È precisamente questa tradizione che Giorgia Meloni ha interrotto. Il suo governo non è semplicemente diventato più longevo di quelli immediatamente precedenti; ha trasformato la longevità stessa in un argomento politico. La stabilità non viene più presentata come una conseguenza fortunata della vittoria elettorale del 2022. Nel discorso della maggioranza di governo, è diventata un risultato in sé. A Bari, celebrando il record, Meloni ha difeso esplicitamente l’idea che la continuità del suo governo abbia contribuito a ristabilire la credibilità finanziaria dell’Italia, rafforzare la sua posizione europea e internazionale e portare avanti una politica economica senza le continue rotture che avevano caratterizzato parte della storia recente del Paese.

Questa trasformazione del tempo in argomento politico merita di essere presa sul serio. Non si tratta semplicemente della strategia comunicativa di un partito che cerca di celebrare un risultato simbolico. Tocca una questione molto più profonda della democrazia contemporanea: cosa dovrebbe produrre un governo quando finalmente dispone del tempo politico che i suoi predecessori non hanno avuto? La stabilità permette di governare meglio o permette semplicemente di governare più a lungo? La domanda è essenziale perché la durata non possiede di per sé un valore politico. Un governo può essere fragile e riformista. Può essere stabile e immobile. Può durare perché sta realizzando una trasformazione profonda, ma può anche durare perché evita decisioni suscettibili di provocare grandi conflitti con una parte della società, della coalizione o dell’elettorato. È qui che comincia il vero esame del bilancio di Meloni. Il record è indiscutibile. La sua interpretazione non lo è.

2. IL RECORD MELONI E LA FINE DI UN’ECCEZIONE ITALIANA?

La peculiarità del momento attuale diventa ancora più evidente se si considera la traiettoria dei governi italiani dalla Seconda guerra mondiale. Il governo Meloni è stato formato dopo le elezioni del 2022 da una coalizione dominata da Fratelli d’Italia e comprendente la Lega di Matteo Salvini e Forza Italia, oggi guidata da Antonio Tajani dopo la morte di Silvio Berlusconi. Questa coalizione ha attraversato disaccordi interni, tensioni politiche e differenze su diverse questioni europee e internazionali senza subire la rottura di governo che, in un sistema così frammentato, avrebbe potuto apparire plausibile.

Questa capacità di rimanere unita rappresenta probabilmente uno dei più importanti risultati politici di Giorgia Meloni. Non deve essere sottovalutata. Guidare una coalizione di destra composta da tradizioni politiche differenti richiede un equilibrio costante tra gli interessi del partito dominante, le ambizioni dei partner, le aspettative degli elettori e i vincoli europei. Fratelli d’Italia porta con sé una storia radicata nella destra nazionale e postfascista; la Lega conserva una tradizione più antica di sovranismo e di opposizione alla centralizzazione da Roma; mentre Forza Italia rappresenta una destra liberale e proeuropea costruita intorno all’eredità di Berlusconi. La coalizione non è quindi naturalmente omogenea. La sua sopravvivenza dipende tanto dalla posizione dominante di Meloni quanto dalla consapevolezza dei suoi partner del costo politico che una rottura comporterebbe.

Questa stabilità è stata inoltre favorita da una realtà elettorale: Fratelli d’Italia è rimasto il principale partito della coalizione e Meloni è riuscita a occupare uno spazio politico sufficientemente ampio da impedire, finora, l’emergere di un’alternativa di destra capace di sostituirla. Tuttavia, questo equilibrio è ora sottoposto a nuove pressioni. L’emergere e la crescita di Futuro Nazionale intorno all’ex generale Roberto Vannacci introducono una concorrenza ancora più a destra su questioni quali immigrazione, sicurezza, identità nazionale e critica di alcune politiche europee. Reuters osservava alla fine di agosto 2026 che questa nuova forza potrebbe contribuire a frammentare ulteriormente lo spazio conservatore in vista delle elezioni del 2027.

Il paradosso è quindi interessante. Meloni è riuscita a stabilizzare la destra italiana proprio nel momento in cui questa ha iniziato a generare una nuova concorrenza alla sua destra. La sua longevità potrebbe quindi creare le condizioni per un futuro riallineamento del campo che guida. Il potere trasforma sempre le coalizioni che lo sostengono. Quanto più a lungo dura un governo, tanto più i suoi alleati iniziano a calcolare ciò che verrà dopo quel governo. La lealtà governativa rimane reale, ma diventa gradualmente condizionata dalla prospettiva della prossima scadenza elettorale.

L’Italia non è quindi necessariamente sfuggita alla sua vecchia logica di instabilità. Potrebbe semplicemente aver rinviato il momento in cui tale instabilità riapparirà. Finché la coalizione rimarrà elettoralmente competitiva, la stabilità continuerà a essere una risorsa. Se gli equilibri interni di potere cambieranno, quella stessa stabilità potrebbe diventare una fonte di tensioni accumulate.

Per questo il record non deve essere letto come la fine definitiva dell’instabilità italiana, ma come un nuovo esperimento politico. Per la prima volta dopo molto tempo, un governo italiano dispone di abbastanza tempo per essere giudicato non soltanto sulla propria capacità di rispondere alle crisi immediate, ma sulla coerenza di una strategia nazionale di lungo periodo. Questa differenza è cruciale.

3. QUANDO LA DURATA DIVENTA UN PROGRAMMA

Nelle democrazie parlamentari, il tempo politico è una risorsa. Consente a un governo di preparare una riforma, negoziarne il contenuto, assumerne il costo politico e misurarne gli effetti. Un governo che cade dopo pochi mesi generalmente non possiede questa capacità. Può annunciare, ma non sempre può attuare. Può avviare una riforma, ma non dispone necessariamente del tempo per assumerne le conseguenze. La stabilità può quindi essere una condizione della trasformazione. Ma non ne costituisce la prova.

Questa distinzione è al centro del caso italiano. Giorgia Meloni dispone ora di un argomento che nessuno dei suoi recenti predecessori poteva utilizzare con la stessa forza: ha avuto tempo. Molto tempo. Ha attraversato una successione di crisi internazionali, la guerra in Ucraina, le tensioni energetiche, gli sconvolgimenti del sistema commerciale globale, cambiamenti della maggioranza politica a Washington, dibattiti europei sull’immigrazione, difficoltà di bilancio e tensioni sociali senza perdere il controllo del proprio governo. Questa continuità le offre un vantaggio politico considerevole quando sostiene che il suo governo ha fornito qualcosa che l’Italia attendeva da tempo: prevedibilità.

I mercati finanziari sembrano aver attribuito un certo valore a questa prevedibilità. Le analisi recenti sulla traiettoria economica italiana evidenziano miglioramenti in alcuni indicatori fiscali e una riduzione del costo politico e finanziario associato a un’Italia percepita come instabile. Il governo può inoltre indicare la crescita dell’occupazione e la diminuzione della disoccupazione come elementi di un bilancio più favorevole di quanto talvolta potrebbe suggerire la debolezza della crescita economica.

Tuttavia, la stabilità non risolve automaticamente i problemi strutturali. Non crea produttività di per sé. Non rende più giovane una popolazione che invecchia. Non ripristina meccanicamente il potere d’acquisto perso durante gli anni dell’inflazione. Non modernizza necessariamente i servizi pubblici. Non trasforma un’amministrazione lenta in un’amministrazione efficiente. Non riduce un debito pubblico elevato semplicemente perché un governo rimane in carica. Né garantisce che una complessa riforma istituzionale venga approvata, attuata e mantenuta.

Le critiche rivolte al governo Meloni si concentrano precisamente su questa differenza tra stabilità e trasformazione. Reuters osservava alla fine di agosto che diverse delle principali riforme istituzionali previste dalla maggioranza di governo avevano incontrato ostacoli significativi, mentre le misure nei settori dell’ordine pubblico, dell’immigrazione e della sicurezza avevano ottenuto maggiori risultati. La riforma della giustizia è stata respinta tramite referendum, la proposta volta a rafforzare direttamente la posizione del capo del governo non è andata a buon fine e il progetto di autonomia regionale è stato indebolito dalle decisioni della Corte costituzionale.

Questa realtà non consente di concludere che il governo abbia fallito. Richiede semplicemente un criterio più esigente per valutarne il bilancio. Se la stabilità è il suo principale risultato, allora la domanda deve essere che cosa quella stabilità abbia reso possibile e che l’instabilità dei decenni precedenti rendeva impossibile. È questa la domanda che accompagnerà ormai ogni analisi dell’era Meloni.

4. STABILITÀ, CONTINUITÀ E TRASFORMAZIONE: LE TRE DIMENSIONI DEL POTERE

Esiste una differenza fondamentale tra rimanere al potere, governare in modo sostenibile e trasformare un Paese. Le tre realtà possono coincidere, ma non sono sinonimi. Rimanere al potere è innanzitutto una questione di politica elettorale e parlamentare. Significa preservare una maggioranza, mantenere una coalizione, gestire le crisi e impedire che un evento politico rovesci l’equilibrio di potere. Governare in modo sostenibile richiede di più. Significa organizzare lo Stato, stabilire priorità, produrre compromessi, proteggere la coesione sociale e preservare la fiducia degli attori economici e istituzionali. Trasformare un Paese rappresenta una scala completamente diversa. Significa modificare le strutture che determinano la crescita, la demografia, l’istruzione, la giustizia, la sanità, la produttività, la pubblica amministrazione, i rapporti tra i territori e il posto del Paese nel sistema internazionale.

Il governo Meloni ha indiscutibilmente dimostrato la propria capacità di rimanere al potere. Ha inoltre dimostrato una reale capacità di governare nel tempo. La questione più difficile riguarda il terzo livello. L’Italia aveva bisogno di stabilità, ma aveva anche bisogno di crescita. Aveva bisogno di credibilità fiscale, ma anche di salari più dinamici. Aveva bisogno di un controllo più efficace delle frontiere, ma allo stesso tempo doveva affrontare una crisi demografica che rende l’immigrazione molto più complessa di una semplice questione di sicurezza. Aveva bisogno di una coalizione stabile, ma doveva anche modernizzare la propria amministrazione, rafforzare i servizi pubblici e ridurre i divari tra il Nord e il Mezzogiorno.

Per questo il record non può essere costruito intorno a un unico indicatore. Il numero di giorni in carica misura la stabilità. Il deficit misura una dimensione della disciplina fiscale. Il tasso di occupazione misura una parte delle dinamiche del mercato del lavoro. Il numero degli arrivi irregolari misura un aspetto dell’efficacia della politica migratoria. Ma nessuno di questi indicatori, preso singolarmente, può dirci se l’Italia sia diventata più produttiva, più prospera, più coesa o più capace di prepararsi al proprio futuro. La vera prova è sistemica.

Consiste nell’osservare se le diverse parti del Paese avanzano insieme. L’occupazione può aumentare mentre i salari rimangono deboli. Il deficit può diminuire mentre la crescita resta insufficiente. Una migliore immagine internazionale può coesistere con servizi pubblici sotto pressione. Una politica migratoria più restrittiva può coesistere con carenze di manodopera. Una coalizione politicamente stabile può coesistere con difficoltà nell’adottare le riforme istituzionali annunciate. L’Italia di Meloni è particolarmente interessante proprio perché riunisce diverse di queste contraddizioni.

5. LA VERA PROVA COMINCIA ORA

Il paradosso del record è che non chiude il bilancio dei risultati. Rende quel bilancio più difficile da evitare. Durante i primi mesi di un governo, alcune difficoltà possono essere attribuite all’eredità dell’amministrazione precedente. Dopo un anno, il governo può ancora invocare crisi esterne. Dopo due anni, può spiegare alcuni ritardi attraverso la complessità istituzionale. Dopo tre anni, può richiamare la portata dei vincoli europei e internazionali. Ma quando un governo raggiunge quasi quattro anni di continuità ininterrotta, la responsabilità politica cambia natura. Diventa progressivamente impossibile spiegare tutto attraverso circostanze ereditate.

La durata crea allora un obbligo particolare: l’obbligo di rispondere delle proprie scelte. Questo è probabilmente il punto più importante dell’esperienza Meloni. Il suo governo non può più essere valutato come un recente esperimento della destra italiana. Deve ora essere valutato come un governo che ha beneficiato di una quantità eccezionale di tempo storico nel quale agire. La soglia simbolica dei 1.413 giorni trasforma quindi lo stesso quadro attraverso il quale viene giudicata la sua performance.

Il dibattito italiano entra così in una seconda fase. La prima domanda era se Giorgia Meloni potesse durare. Questa domanda ha ormai trovato risposta. La seconda è che cosa abbia fatto con quel tempo. E questa seconda domanda è molto più esigente. Conduce direttamente alla traiettoria personale e politica della leader che ha reso possibile questa continuità. Per comprendere perché una donna proveniente dalla destra radicale italiana sia riuscita a raggiungere il centro del potere e poi a rimanervi, bisogna infatti tornare alla traiettoria di Giorgia Meloni, alla trasformazione del suo linguaggio politico, al suo rapporto con le istituzioni e al modo in cui ha progressivamente spostato il confine tra destra radicale e destra di governo. È qui che il fenomeno Meloni comincia veramente.

GIORGIA MELONI: DAI MARGINI AL CENTRO DEL POTERE

6. UN’INFANZIA POLITICA NELL’ITALIA DELLE FRATTURE

Giorgia Meloni non è arrivata ai vertici della politica italiana attraverso il percorso tradizionale delle élite amministrative, accademiche o economiche. La sua traiettoria nasce in un altro mondo politico, quello della destra militante romana, in un’Italia ancora profondamente segnata dagli scontri ideologici della seconda metà del XX secolo. Entrò nelle organizzazioni giovanili del Movimento Sociale Italiano all’inizio degli anni Novanta, quando era ancora adolescente, in un ambiente politico che rimaneva direttamente legato alla storia del fascismo italiano attraverso la propria filiazione organizzativa e simbolica. Alcuni anni più tardi, quella giovane militante sarebbe diventata deputata, poi ministra, prima di assumere la leadership di Fratelli d’Italia e, nel 2022, diventare la prima donna a guidare il Governo italiano. Questa progressione appare ancora più significativa perché non si inserisce in una regolare ascesa all’interno di un grande partito già consolidato. Corrisponde piuttosto alla progressiva trasformazione di una corrente politica a lungo marginale in una forza capace di conquistare il centro del potere repubblicano.

Per comprendere Meloni, occorre quindi evitare un errore frequente: considerare il suo arrivo a Palazzo Chigi come una rottura improvvisa nella storia politica italiana. È, al contrario, il culmine di una lunga trasformazione della destra nazionale italiana. Il Movimento Sociale Italiano fu fondato nel 1946 da ex esponenti fascisti e rimase per lungo tempo confinato alla periferia del sistema politico. La trasformazione avviata con Alleanza Nazionale, seguita dalla creazione di Fratelli d’Italia nel 2012, spostò progressivamente questa famiglia politica verso una forma di destra nazionale conservatrice che cercava di rendersi compatibile con l’esercizio del potere all’interno della Repubblica. I recenti studi accademici dedicati a Fratelli d’Italia descrivono precisamente questa evoluzione come una combinazione di continuità storica e innovazione strategica. Il partito ha conservato alcuni elementi distintivi della propria storia, adattando al tempo stesso il proprio programma, la propria organizzazione e la propria comunicazione a un elettorato molto più ampio.

Questa genealogia non significa, evidentemente, che il Governo Meloni sia semplicemente la continuazione del fascismo storico sotto un’altra forma. Un’equivalenza di questo tipo sarebbe troppo grossolana dal punto di vista storico e politico. L’Italia contemporanea rimane una democrazia parlamentare fondata su una Costituzione nata dalla Resistenza, con una separazione istituzionale dei poteri, una magistratura indipendente e un sistema pluralista. Meloni governa all’interno di questo quadro e ha costruito la propria legittimità elettorale al suo interno. Ma la storia politica del suo partito costituisce un elemento essenziale per comprendere i dibattiti che la circondano. Spiega, in particolare, perché ogni gesto di normalizzazione, ogni posizione sul fascismo, ogni rapporto con la memoria nazionale e ogni conflitto con le istituzioni venga osservato con particolare attenzione tanto in Italia quanto all’estero. La questione non è, dunque, sapere se l’Italia del 2026 sarebbe identica all’Italia dell’epoca fascista. Evidentemente non lo è. La questione più seria consiste nel capire come una tradizione politica nata dalla periferia radicale sia riuscita a istituzionalizzarsi senza perdere completamente gli elementi identitari che avevano contribuito al suo successo elettorale.

7. DALLA MARGINALITÀ ALLA PRIMA POSIZIONE

La traiettoria elettorale di Fratelli d’Italia permette di misurare l’ampiezza di questa trasformazione. Quando Giorgia Meloni fondò il partito nel 2012 insieme ad altri dirigenti provenienti dalla destra nazionale, la sua organizzazione rappresentava appena una forza secondaria nel panorama politico italiano. Alle elezioni politiche del 2013, Fratelli d’Italia ottenne meno del 2% dei voti. Cinque anni dopo, nel 2018, il partito raggiunse circa il 4,3%. Nel 2022 ottenne circa il 26% dei voti e divenne la principale forza della nuova maggioranza parlamentare. In un decennio, il movimento passò così dalla periferia elettorale alla guida del Governo.

Questa progressione non fu soltanto il risultato di una personalizzazione intorno a Meloni. Rispose a una più ampia ricomposizione della destra italiana. Forza Italia aveva occupato per lungo tempo lo spazio dominante della destra sotto Silvio Berlusconi. Successivamente, la Lega di Matteo Salvini conobbe una spettacolare espansione nazionale, abbandonando progressivamente la propria identità originariamente regionalista per diventare una forza sovranista e anti immigrazione capace di competere direttamente con le altre componenti della destra. Quando queste due forze iniziarono a perdere parte della loro capacità di attrazione, Fratelli d’Italia disponeva di un vantaggio particolare: il partito non aveva partecipato ai precedenti governi e poteva quindi presentarsi come un’alternativa all’intero sistema politico consolidato.

Questa posizione di opposizione si rivelò particolarmente preziosa. Durante i governi di coalizione che si succedettero prima del 2022, Meloni poté criticare i compromessi ai quali erano costretti i suoi concorrenti mentre costruiva un’immagine di coerenza. Poteva denunciare le decisioni del Governo senza doverne assumere direttamente il costo. Poteva sostenere una linea più dura sull’immigrazione, sulla sovranità nazionale e su determinate questioni culturali senza essere immediatamente confrontata con tutti i vincoli diplomatici, di bilancio e istituzionali legati all’esercizio del potere.

Questa situazione produsse un fenomeno classico delle democrazie contemporanee: il partito esterno al potere accumula progressivamente il capitale politico che i partiti di governo consumano governando. Ma Meloni fece qualcosa di più che beneficiare di questo meccanismo. Per anni lavorò per ampliare il proprio elettorato senza abbandonare gli elementi identitari che avevano permesso al suo partito di conservare una base militante fortemente mobilitata.

Il risultato del 2022 fu quindi meno un’esplosione improvvisa che il prodotto di una lunga accumulazione. Quando gli italiani si recarono alle urne nel settembre 2022, Fratelli d’Italia non era più un piccolo partito di protesta. Era diventato il principale beneficiario del relativo crollo di diversi vecchi equilibri. Meloni non vinse semplicemente un’elezione. Recuperò una parte dello spazio politico lasciato vacante dal declino di Berlusconi, dall’indebolimento della Lega e dalla frammentazione del centrosinistra. Questa capacità di diventare il punto di convergenza di una destra pluralista spiega in larga misura perché il suo Governo sia riuscito a sopravvivere così a lungo.

8. LA PRIMA DONNA ALLA GUIDA DEL GOVERNO ITALIANO

L’arrivo di Giorgia Meloni al potere possiede anche una dimensione storica che supera la sua appartenenza politica. Nell’ottobre 2022 è diventata la prima donna a ricoprire l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana. Il fatto viene spesso riassunto attraverso una formula semplice, ma la sua portata è maggiore di quanto potrebbe sembrare in un Paese nel quale la rappresentanza femminile ai vertici dello Stato e del Governo è progredita per lungo tempo più lentamente rispetto a diverse altre democrazie europee.

Questa dimensione femminile della sua traiettoria non rappresenta, tuttavia, una rottura con la cultura politica conservatrice del suo partito. Meloni ha costruito una parte importante del proprio discorso intorno alla famiglia, alla maternità, all’identità nazionale e alla continuità culturale. Ha inoltre trasformato la propria traiettoria personale in un elemento importante del proprio racconto politico. L’«io» di Meloni è diventato uno strumento di comunicazione particolarmente potente: una donna proveniente da un ambiente politico marginale, cresciuta in una zona popolare di Roma, che ha iniziato il proprio impegno politico in età molto giovane e che alla fine ha raggiunto la più alta carica del Governo.

Questa personalizzazione spiega in parte la forza del suo rapporto con il proprio elettorato. Meloni non si è mai presentata esclusivamente come rappresentante di una dottrina. Si è presentata anche come una persona che ha attraversato personalmente le difficoltà che descrive. Il suo stile politico è diretto, fortemente orale e spesso costruito intorno a formule facili da ricordare. Questa capacità di trasformare posizioni politiche complesse in narrazioni personali ha contribuito a creare un rapporto particolare con una parte della popolazione.

Ma questa personalizzazione contiene anche un rischio. Quanto più un Governo si identifica con il proprio leader, tanto più diventa difficile separare il bilancio del Governo dal bilancio personale della sua guida. La stabilità della coalizione diventa allora la stabilità di Meloni. La credibilità internazionale dell’Italia diventa, in parte, la credibilità di Meloni. I successi economici diventano i successi di Meloni, mentre le difficoltà sociali e istituzionali possono anch’esse essere associate direttamente alla sua leadership. Questa personalizzazione spiega perché la valutazione del Governo non potrà mai essere completamente separata dall’evoluzione della sua leader. Meloni non ha soltanto cambiato la destra italiana. Anche il potere ha trasformato lei.

9. DALLA RADICALITÀ ALLA NORMALIZZAZIONE

La questione centrale della sua traiettoria risiede forse proprio in questa trasformazione. Come ha potuto una dirigente politica proveniente dalla destra radicale diventare un’interlocutrice credibile per le istituzioni europee, i governi occidentali, i mercati finanziari e l’amministrazione statunitense senza abbandonare i temi identitari che avevano contribuito al suo successo?

La risposta non è né una completa conversione alla politica moderata né una semplice dissimulazione delle sue posizioni iniziali. Risiede piuttosto in una forma di pragmatismo selettivo. Meloni ha mantenuto una linea chiaramente conservatrice in diversi ambiti della politica interna, soprattutto in materia di immigrazione, famiglia, sicurezza e identità nazionale. Allo stesso tempo, dal suo arrivo al Governo ha adottato un atteggiamento molto più pragmatico nei confronti dell’Unione Europea e delle istituzioni internazionali di quanto alcuni osservatori avessero previsto prima del 2022. Sull’Ucraina ha inoltre adottato una posizione fermamente favorevole al sostegno europeo e occidentale a Kyiv. Il suo rapporto con Washington si è inserito in una logica di alleanza e non di confronto con le istituzioni occidentali.

Questa evoluzione ha modificato profondamente la percezione internazionale di Meloni. Prima del suo arrivo al potere, alcune capitali europee temevano che un Governo guidato da Fratelli d’Italia avrebbe seguito la linea delle forze europee più apertamente ostili a Bruxelles. I primi anni del suo Governo hanno prodotto una realtà più complessa. Meloni ha cercato di costruire un rapporto funzionale con la Commissione Europea, preservare la credibilità finanziaria di Roma e presentarsi come una leader conservatrice capace di lavorare all’interno delle istituzioni europee invece di tentare di abbatterle.

Questa strategia ha avuto un effetto considerevole. Ha permesso a Meloni di spostare il confine tra ciò che veniva considerato una destra radicale e ciò che poteva essere accettato come una destra di governo. La sua esperienza è diventata, in questo senso, un laboratorio europeo. La questione non era più soltanto sapere se la destra radicale potesse vincere un’elezione. È diventato necessario chiedersi se potesse governare senza provocare la rottura con le istituzioni nazionali ed europee che i suoi avversari avevano temuto per lungo tempo.

Ma questa normalizzazione contiene le proprie contraddizioni. Una leader può moderare il proprio comportamento istituzionale senza abbandonare una parte del proprio programma ideologico. Può essere pragmatica nella politica europea mantenendo una concezione molto esigente della sovranità nazionale. Può sostenere l’Ucraina difendendo al tempo stesso una visione conservatrice dell’identità europea. Può lavorare con le istituzioni di Bruxelles criticando determinate direzioni dell’Unione. Può accettare le regole del sistema cercando al tempo stesso di spostarne i confini politici.

Per questo il termine «normalizzazione» deve essere utilizzato con prudenza. Meloni si è normalizzata in determinati ambiti. In altri, ha contribuito a normalizzare posizioni che in precedenza erano considerate più periferiche. Il movimento è quindi duplice. Si è avvicinata al centro istituzionale, ma ha anche contribuito a spostare il centro politico verso destra.

10. IL PARADOSSO DI UNA DESTRA CHE ENTRA NEL SISTEMA

La traiettoria di Meloni rivela così un paradosso particolarmente importante per comprendere la politica europea contemporanea. Una forza politica può entrare nel sistema senza necessariamente diventare identica alle forze che in precedenza dominavano quel sistema. Può imparare a utilizzare le istituzioni, dominarne i codici e dialogare con i loro attori, conservando al tempo stesso una parte della propria identità originaria.

Fratelli d’Italia illustra precisamente questo fenomeno. Le recenti ricerche accademiche descrivono il partito come una formazione la cui storia rimane legata alla tradizione postfascista, ma che allo stesso tempo ha sviluppato una strategia di governo e un’organizzazione sufficientemente solide per inserirsi in modo duraturo nel gioco politico italiano. Il partito pone l’accento sulla nazione, sulla famiglia, sulla sicurezza, sulla sovranità e sull’identità, cercando al tempo stesso di presentare questi temi attraverso un linguaggio compatibile con l’esercizio istituzionale del potere.

Questa evoluzione pone una questione che supera ampiamente l’Italia. Cosa accade a una democrazia quando le antiche forze marginali non cercano più di abbattere il sistema, ma di conquistarlo dall’interno? La questione è diversa da quella del ritorno classico di un estremismo apertamente ostile alle istituzioni. Riguarda piuttosto la capacità delle istituzioni di assorbire forze politiche che accettano formalmente il quadro democratico mentre cercano di modificare gli equilibri culturali, istituzionali e politici che lo strutturano.

L’esperienza italiana è particolarmente istruttiva perché Meloni non ha avuto bisogno di rompere con l’Unione Europea, con la NATO o con il sistema parlamentare per imporre un nuovo orientamento politico. La sua influenza si è esercitata proprio perché ha accettato una parte dei vincoli del sistema mentre cercava di modificarne il contenuto.

Questo spiega anche la diversità dei giudizi su di lei. Per alcuni osservatori, il suo pragmatismo rappresenta una prova di maturità politica e dimostra che una destra radicale può trasformarsi in una destra di governo responsabile. Per altri, questa interpretazione sottovaluta la continuità ideologica di determinate politiche interne e il modo in cui il Governo utilizza le questioni migratorie, di sicurezza e culturali per spostare progressivamente le norme del dibattito pubblico. Le recenti analisi internazionali hanno messo in evidenza proprio questa tensione tra istituzionalizzazione, pragmatismo governativo e mantenimento di un’identità politica fortemente conservatrice.

La questione non può quindi essere risolta attraverso una semplice etichetta. Meloni non è esattamente la militante dei suoi inizi, ma non è neppure diventata una centrista classica. È il prodotto di una trasformazione politica che le ha permesso di conservare una parte della propria identità adattando profondamente gli strumenti attraverso i quali esercita il potere.

11. IL POTERE CAMBIA ANCHE CHI LO ESERCITA

Forse è proprio qui che si trova la dimensione più umana della sua traiettoria. Si parla spesso della trasformazione di Meloni come di una strategia politica consapevole, ma l’accesso prolungato al potere trasforma anche chi lo esercita. La militante che poteva parlare in nome di una minoranza politica non dispone più della stessa libertà quando rappresenta un Paese di quasi sessanta milioni di abitanti, un’importante economia dell’area euro, un membro fondatore dell’Unione Europea, una potenza del G7 e un alleato centrale degli Stati Uniti nel Mediterraneo. L’opposizione permette di semplificare le decisioni. Il Governo le rende più complesse.

Quando era all’opposizione, Meloni poteva difendere una linea politica in termini di principi. Al Governo deve arbitrare tra i principi e le risorse disponibili, tra le promesse elettorali e i vincoli di bilancio, tra le aspettative dei suoi elettori e quelle dei partner europei, tra gli imperativi di sicurezza e gli obblighi giuridici, tra la sovranità nazionale e gli impegni internazionali. Questa trasformazione è visibile nella sua politica europea, nel rapporto con Washington e nella sua posizione sull’Ucraina. Appare anche nel modo in cui il suo Governo ha cercato una credibilità economica compatibile con i vincoli dell’area euro.

Il potere ha prodotto così in Meloni una forma di dualità. Da un lato, rimane la leader di un partito che trae parte della propria forza da una concezione conservatrice della nazione, della famiglia e dell’autorità. Dall’altro, deve esercitare una funzione che richiede compromesso, prevedibilità e responsabilità internazionale.

Questa dualità non costituisce necessariamente una debolezza. Può rappresentare la sua principale forza politica. Le permette di parlare contemporaneamente a una base militante che desidera una rottura culturale e a istituzioni che cercano la continuità dello Stato. Le permette di mantenere un discorso sovranista negoziando con Bruxelles. Le permette di difendere una politica migratoria restrittiva cercando al tempo stesso accordi con i partner mediterranei. Infine, le permette di costruire l’immagine di una leader conservatrice ma istituzionale.

Ma questa strategia raggiunge anche i propri limiti. Quanto più Meloni si istituzionalizza, tanto più una parte del suo elettorato può rimproverarle di essere diventata troppo pragmatica. Quanto più mantiene una linea dura su determinate questioni, tanto più i suoi avversari possono accusarla di spostare le norme democratiche. Quanto più successo ottiene nell’occupare il centro del potere, tanto più diventa responsabile dei problemi che denunciava quando era all’opposizione. Il successo crea quindi una nuova vulnerabilità: la responsabilità politica.

12. LA DOMANDA CHE RIMANE APERTA

Dopo quattro anni al potere, la questione non è più, in ultima analisi, sapere se Giorgia Meloni sia cambiata. È cambiata. Il suo partito è cambiato. La destra italiana è cambiata. E, in una certa misura, è cambiato anche il rapporto tra la destra europea e le istituzioni europee. La questione è fino a che punto questa trasformazione possa arrivare senza provocare una contraddizione tra le diverse componenti del suo progetto.

Una destra che vuole rimanere al potere in modo duraturo deve rassicurare i mercati, preservare le proprie alleanze, mantenere un rapporto funzionale con Bruxelles e convincere una parte degli elettori moderati. Ma una destra che deve anche la propria ascesa alla rabbia contro le élite, al sentimento di declino, alla domanda di sovranità e al rifiuto di determinate evoluzioni culturali non può abbandonare completamente i temi che hanno costruito la sua identità. Meloni governa quindi all’interno di questo spazio ristretto.

Proprio per questo la sua esperienza è importante per l’Europa. Non è semplicemente la storia personale di una donna diventata Presidente del Consiglio. Costituisce un caso di studio sul modo in cui una forza politica nata dalla periferia ideologica possa trasformarsi in una forza di governo e utilizzare successivamente il Governo per ridefinire i confini del dibattito politico senza rompere formalmente con l’ordine istituzionale esistente.

La vera sfida del dossier appare ora con maggiore chiarezza. La questione non è soltanto sapere se Giorgia Meloni abbia abbandonato la radicalità dei suoi inizi. Sarebbe più preciso chiedersi cosa ne abbia conservato, cosa abbia trasformato e cosa sia riuscita a far accettare come una nuova normalità politica.

Questa distinzione sarà essenziale quando affronteremo il suo bilancio economico. Perché è lì che il racconto politico incontra la realtà più difficile da eludere: i dati sull’occupazione, i salari, la produttività, il debito, la crescita, il potere d’acquisto e la capacità di investimento dello Stato.

Una leader può trasformare l’immagine del proprio Paese. Può modificare il linguaggio della politica. Può stabilizzare una coalizione e ridisegnare i rapporti di potere europei. Ma dopo quattro anni deve anche rispondere a una domanda molto meno simbolica e molto più concreta: che cosa ha prodotto realmente questa stabilità nella vita economica e sociale degli italiani?

IL BILANCIO ECONOMICO: STABILIZZARE NON SIGNIFICA TRASFORMARE

13. LA CREDIBILITÀ FINANZIARIA COME PRIMO CAPITALE POLITICO

Quando un Governo italiano assume le proprie funzioni, non riceve soltanto la responsabilità di guidare un’economia importante dell’area euro. Eredita anche un vincolo di bilancio che riduce considerevolmente il suo margine di manovra. L’Italia possiede uno dei debiti pubblici più elevati tra le economie avanzate, una popolazione invecchiata, una crescita potenziale limitata e una significativa esposizione alle variazioni dei tassi d’interesse, dei prezzi dell’energia e della congiuntura europea. In questo contesto, il primo risultato economico che Giorgia Meloni poteva ragionevolmente cercare non era un’accelerazione spettacolare della crescita, ma un ripristino duraturo della fiducia. Su questo terreno, il suo Governo presenta un bilancio che merita di essere preso sul serio, anche se non può essere confuso con una trasformazione strutturale dell’economia.

I conti pubblici sono effettivamente migliorati dal 2022. Il deficit delle amministrazioni pubbliche è sceso al 3,1% del PIL nel 2025, mentre il saldo primario, cioè il saldo di bilancio prima del pagamento degli interessi sul debito, è tornato positivo, raggiungendo lo 0,8% del PIL. Il Fondo Monetario Internazionale ritiene che questo consolidamento abbia contribuito a rafforzare la fiducia dei mercati. Ma questo miglioramento deve essere osservato con una certa disciplina analitica: il deficit è diminuito mentre il debito pubblico continuava a raggiungere circa il 137% del PIL alla fine del 2025. In altre parole, l’Italia ha migliorato il proprio flusso di bilancio senza aver ancora risolto il problema dello stock di debito. Il progresso è reale, ma il vincolo fondamentale rimane.

Le previsioni della Commissione Europea confermano questa ambivalenza. Si prevede che il deficit continui a diminuire fino a raggiungere il 2,9% del PIL sia nel 2026 sia nel 2027, collocando le finanze pubbliche italiane su una traiettoria più compatibile con le regole europee. Ma non si prevede che il debito pubblico diminuisca allo stesso ritmo. Si stima che raggiungerà il 138,5% del PIL nel 2026 e il 139,2% nel 2027. La situazione è quindi molto diversa da quella di un Paese che avesse recuperato una vera capacità di bilancio. L’Italia dispone di maggiore credibilità, ma continua a non avere una grande libertà finanziaria. Questa distinzione è essenziale per comprendere tutta la politica economica di Meloni: il suo Governo può apparire più stabile agli occhi dei mercati mentre continua a essere condizionato da un debito che limita considerevolmente le nuove spese che potrebbe finanziare senza misure compensative.

Questa disciplina di bilancio possiede anche una dimensione politica. Giorgia Meloni è arrivata al potere con una reputazione costruita all’interno di una destra che per lungo tempo aveva criticato determinati vincoli europei, soprattutto quando venivano percepiti come imposti da Bruxelles ai governi nazionali. Una volta arrivata a Palazzo Chigi, tuttavia, ha compreso che la credibilità finanziaria costituiva una delle condizioni della propria libertà politica. Il rapporto tra Roma, Bruxelles e i mercati non poteva essere trattato come un semplice confronto ideologico. L’entità del debito italiano, il peso degli interessi e la posizione dell’Italia all’interno dell’area euro rendevano necessario un certo grado di pragmatismo. La trasformazione politica di Meloni, già osservata sulla scena europea e internazionale, trova qui una traduzione particolarmente concreta: governare significa accettare determinati vincoli che l’opposizione permette di contestare più facilmente.

Tuttavia, sarebbe eccessivo attribuire ogni miglioramento esclusivamente all’azione del Governo. L’evoluzione dei conti pubblici dipende anche dalla congiuntura, dalle entrate fiscali, dalla crescita nominale, dalle decisioni europee, dagli investimenti del piano di ripresa e da fattori che superano direttamente le decisioni di Palazzo Chigi. Il Governo può orientare queste variabili, accelerare determinate riforme e modificare la composizione della spesa, ma non controlla da solo l’ambiente economico. Questa precisazione è importante perché il bilancio di Meloni deve essere misurato non rispetto a un’economia immaginaria che sarebbe iniziata con il suo arrivo, ma rispetto alle tendenze esistenti prima dell’ottobre 2022 e ai vincoli che continueranno dopo la sua uscita.

14. IL PARADOSSO DI UN’ECONOMIA CHE OCCUPA PIÙ PERSONE MA GENERA POCA CRESCITA

Il mercato del lavoro costituisce probabilmente uno degli ambiti nei quali il bilancio del Governo può essere presentato con maggiore sicurezza. Nel luglio 2026, l’Italia contava circa 24,37 milioni di occupati. Il tasso di occupazione raggiungeva il 63,2% e il tasso di disoccupazione era sceso al 5,8%. In un anno, il numero degli occupati era aumentato di 307.000 unità, pari all’1,3%, mentre il tasso di occupazione era aumentato di 0,8 punti percentuali. La composizione di questo incremento merita, tuttavia, di essere esaminata: l’occupazione permanente era aumentata di 303.000 persone in un anno e il lavoro autonomo di 85.000, mentre l’occupazione temporanea era diminuita di 82.000 unità. Il mercato del lavoro italiano non sta soltanto creando più posti di lavoro; sta anche vivendo un relativo consolidamento dell’occupazione stabile.

Questa evoluzione costituisce un elemento positivo del bilancio di Meloni, ma deve essere collocata all’interno di una cronologia più ampia. Il miglioramento del mercato del lavoro italiano non è iniziato nel 2022. L’Istat mostra che tra il 2021 e il 2026 il tasso di occupazione è aumentato e la disoccupazione è diminuita nel quadro di una più generale tendenza di ripresa e trasformazione del mercato del lavoro. Una parte significativa dell’aumento dell’occupazione riguarda i lavoratori tra i 50 e i 64 anni, il cui tasso di occupazione è aumentato di 7,8 punti nel periodo. L’Istat collega questa evoluzione, tra gli altri fattori, all’invecchiamento della popolazione e alle riforme pensionistiche. Ciò significa che i dati attuali sono favorevoli, ma non possono essere presentati onestamente come il prodotto esclusivo della politica applicata dal 2022.

Vi è un altro dato che merita attenzione: il tasso di disoccupazione giovanile rimaneva al 18,9% nel luglio 2026, 0,2 punti al di sopra del mese precedente. Il mercato del lavoro può quindi mostrare una disoccupazione generale storicamente bassa e conservare allo stesso tempo una difficoltà strutturale per le nuove generazioni. Questa differenza tra il dato generale e la situazione dei giovani è importante per comprendere perché la percezione economica di un Governo possa divergere dagli indicatori macroeconomici. Una persona di cinquanta o sessant’anni che conserva il proprio lavoro stabile non vive la stessa realtà di un laureato di venticinque anni che deve confrontarsi con contratti precari, salari iniziali relativamente bassi o con la necessità di trasferirsi in un’altra regione o all’estero per trovare una carriera adeguata alla propria formazione.

Il paradosso diventa ancora più evidente quando si osserva la crescita. L’economia italiana è effettivamente cresciuta nel 2025, ma solo dello 0,5% in termini reali. Il Fondo Monetario Internazionale prevede ancora una crescita dello 0,5% sia nel 2026 sia nel 2027. La Commissione Europea arriva a una stima praticamente identica per il 2026 e leggermente superiore per il 2027, pari allo 0,6%. Nel secondo trimestre del 2026, il PIL italiano è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente, mentre la crescita acquisita per l’intero anno raggiungeva lo 0,8%. L’economia, quindi, non si sta contraendo; avanza. Ma avanza a una velocità insufficiente per modificare rapidamente le grandi relazioni strutturali tra debito, produttività, redditi e invecchiamento.

È qui che la distinzione tra stabilizzazione e trasformazione diventa indispensabile. Un’economia può creare posti di lavoro, ridurre il deficit, mantenere la fiducia dei mercati e continuare a crescere senza risolvere le proprie debolezze fondamentali. Il Governo Meloni può legittimamente rivendicare un miglioramento di determinati indicatori, ma sarebbe molto più difficile dimostrare che abbia già cambiato il potenziale di crescita dell’Italia. Il FMI ritiene precisamente che le prospettive a medio termine rimangano limitate dal rapido invecchiamento della popolazione e dalla persistente debolezza della produttività. La questione economica centrale non consiste più soltanto nel sapere quanti italiani lavorano, ma quanto valore sia in grado di produrre l’economia italiana con la popolazione attiva e il capitale disponibili.

15. IL GRANDE PUNTO CIECO: I SALARI E IL POTERE D’ACQUISTO

Probabilmente è sul terreno dei redditi che la differenza tra gli indicatori macroeconomici e l’esperienza quotidiana dei cittadini diventa più evidente. Un Paese può presentare una disoccupazione bassa e finanze pubbliche meglio gestite e, allo stesso tempo, lasciare a una parte della popolazione la sensazione che il miglioramento economico non si traduca abbastanza nella vita quotidiana. L’Italia vive precisamente questa tensione. Le retribuzioni contrattuali aumentano, ma a un ritmo che deve essere confrontato con quello dei prezzi e con le perdite accumulate negli anni precedenti.

Nel giugno 2026, l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie era aumentato del 2,4% su base annua e dello 0,5% rispetto al mese precedente. Durante i primi sei mesi dell’anno, le retribuzioni contrattuali orarie erano aumentate del 2,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. Ma l’Istat segnalava contemporaneamente che, alla fine di giugno, 25 contratti collettivi nazionali rimanevano in attesa di rinnovo, interessando circa 3,9 milioni di lavoratori. Nel pubblico impiego, tutti i contratti risultavano scaduti per la parte relativa alla determinazione dei salari. Il dato sulla crescita delle retribuzioni deve quindi essere interpretato con cautela: descrive un aumento nominale dei salari determinati dai contratti vigenti, ma non significa che tutti i lavoratori abbiano ricevuto contemporaneamente un adeguamento salariale equivalente.

Questa distinzione è particolarmente importante dopo gli anni di inflazione seguiti alla pandemia e agli shock energetici europei. Quando i prezzi aumentano rapidamente, un incremento nominale dei salari può non essere sufficiente a recuperare immediatamente il potere d’acquisto perduto. L’Istat stimava ancora nell’agosto 2026 un’inflazione armonizzata del 3,2% su base annua in Italia, contro il 3,3% nell’intera area euro. L’accelerazione proveniva principalmente dai prezzi dell’energia. Evidentemente, il Governo italiano non può determinare da solo i prezzi mondiali dell’energia né le condizioni geopolitiche che li influenzano, ma deve gestirne le conseguenze per famiglie e imprese. È precisamente a questo livello che la politica economica smette di essere una questione astratta di deficit e debito e diventa una questione di potere d’acquisto.

Il dibattito sui salari rivela anche una debolezza più antica dell’economia italiana. Il Paese non ha soltanto bisogno di negoziare salari migliori; deve aumentare il valore prodotto per ogni ora di lavoro. Una crescita sostenibile delle retribuzioni non può poggiare indefinitamente sulla redistribuzione di una ricchezza che cresce lentamente. Deve essere sostenuta da una maggiore produttività, più investimenti, una migliore diffusione delle tecnologie, un’amministrazione più efficiente, una formazione adeguata e una maggiore capacità delle imprese di salire lungo la catena del valore. Questo è precisamente il problema che i dati sul PIL rendono talvolta meno visibile: quando la produttività cresce poco, i salari reali dispongono di meno margine per aumentare in modo sostenibile senza ridurre i margini delle imprese o aggravare altri squilibri.

Il Governo Meloni si trova quindi di fronte a una difficoltà politica che non può essere risolta attraverso una semplice contrapposizione tra lavoratori e imprese. La vera sfida consiste nel ricostruire un meccanismo economico nel quale investimenti e produttività generino più valore e nel quale tale valore permetta successivamente un miglioramento duraturo delle retribuzioni. I trasferimenti pubblici possono attenuare gli shock e le riduzioni fiscali possono sostenere determinati redditi, ma non sostituiscono una strategia di crescita. Se l’Italia vuole migliorare in modo duraturo il tenore di vita dei propri cittadini, deve risolvere il problema molto più difficile della produttività.

16. LA PRODUTTIVITÀ, IL PROBLEMA CHE NON SI RISOLVE CON UN RECORD DI OCCUPAZIONE

La produttività costituisce uno degli elementi meno spettacolari del dibattito politico italiano e, tuttavia, uno dei più determinanti. Non produce le stesse immagini di una diminuzione della disoccupazione o di un vertice europeo, ma determina in larga misura la capacità di un Paese di aumentare i salari, finanziare i propri servizi pubblici, ridurre il debito e preservare il proprio livello di vita di fronte all’invecchiamento. Il FMI considera la persistente debolezza della produttività una delle principali limitazioni che gravano sulle prospettive di crescita dell’Italia. Le riforme strutturali, la digitalizzazione, l’adozione di nuove tecnologie, il miglioramento del capitale umano e l’efficienza del settore pubblico sono quindi al centro del problema.

Il paradosso italiano è particolarmente evidente. Il Paese può avere più persone occupate e mantenere allo stesso tempo una crescita potenziale relativamente debole. Ciò significa che l’aumento del numero dei lavoratori non è di per sé sufficiente a creare un’economia più dinamica. L’Italia deve inoltre migliorare la qualità degli impieghi, la capacità di innovazione delle imprese, la diffusione delle tecnologie e il rendimento delle proprie infrastrutture fisiche e digitali. Soprattutto, deve affrontare una popolazione attiva che, senza il contributo dell’immigrazione e senza un aumento della partecipazione delle donne e dei giovani, rischia di diminuire man mano che le generazioni più numerose raggiungono l’età pensionabile.

Il problema della partecipazione è qui centrale. Il FMI sottolinea che la partecipazione al mercato del lavoro rimane inferiore a quella di molti Paesi comparabili, soprattutto tra le donne e i giovani. Ciò significa che una parte del potenziale di crescita italiano si trova in risorse umane già esistenti ma insufficientemente integrate nell’economia formale. Aumentare la partecipazione femminile, migliorare l’inserimento professionale dei giovani e rafforzare la compatibilità tra lavoro e vita familiare non sono quindi soltanto politiche sociali. Sono anche politiche di crescita.

Lo stesso ragionamento vale per la trasformazione digitale e l’intelligenza artificiale. L’Italia possiede una significativa base industriale, una rete particolarmente densa di piccole e medie imprese e settori di eccellenza riconosciuti a livello internazionale. Ma la produttività nazionale dipende dalla capacità di queste imprese di adottare le tecnologie disponibili e trasformarle in reali guadagni di efficienza. Il potenziale esiste, ma il suo sfruttamento richiede investimenti, competenze, infrastrutture digitali e un’amministrazione capace di accompagnare questa transizione. Il FMI considera inoltre che guadagni di produttività più rapidi derivanti dalle riforme, dalla digitalizzazione e dall’adozione di nuove tecnologie, in particolare dell’intelligenza artificiale, potrebbero costituire un fattore importante di accelerazione.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza svolge, in questa prospettiva, un ruolo considerevole. Gli investimenti collegati al PNRR hanno contribuito a sostenere la crescita italiana nel 2025 e continuano a svolgere un ruolo nelle previsioni per il 2026 e il 2027. Ma, ancora una volta, il volume dei fondi disponibili non costituisce di per sé una misura del successo. La vera sfida consiste nel trasformare il capitale pubblico in infrastrutture, competenze e capacità produttive. Un investimento europeo può migliorare una linea ferroviaria, modernizzare un’amministrazione o finanziare un’infrastruttura digitale; diventa realmente trasformativo quando questi investimenti aumentano in modo duraturo la produttività dei territori e delle imprese.

17. UNA CRESCITA TROPPO DEBOLE PER IL PESO DELL’ITALIA

L’Italia rimane la terza economia dell’area euro e una delle principali potenze industriali del continente. La sua economia possiede vantaggi considerevoli: una base manifatturiera diversificata, esportatori competitivi, un patrimonio turistico eccezionale, una forte specializzazione in diversi settori ad alto valore aggiunto, una rete di piccole e medie imprese e una posizione geografica strategica al centro del Mediterraneo. La debolezza attuale della crescita non significa quindi che il Paese abbia perso le proprie capacità economiche. Significa piuttosto che non riesce ancora a trasformare abbastanza rapidamente questi vantaggi in crescita potenziale.

La Commissione Europea prevede una crescita del PIL reale di appena lo 0,5% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027. Ritiene che i consumi stiano rallentando a causa della perdita di potere d’acquisto e che le esportazioni nette pesino sulla crescita. Il FMI giunge a una conclusione simile, con una crescita prevista dello 0,5% sia nel 2026 sia nel 2027. In questo contesto, l’Italia non affronta una crisi recessiva paragonabile a quelle sperimentate in passato, ma qualcosa di più silenzioso: una crescita insufficiente a modificare rapidamente i propri vincoli strutturali.

Questa situazione spiega perché il bilancio economico di Meloni debba essere formulato con precisione. Dire che il suo Governo abbia fallito sarebbe eccessivo se si considerano la riduzione del deficit, il miglioramento del mercato del lavoro e la continuità degli investimenti. Dire che abbia trasformato l’economia italiana sarebbe altrettanto eccessivo se si considerano la crescita potenziale, il debito, la produttività e il potere d’acquisto. Il termine più preciso è probabilmente stabilizzazione sotto vincoli. L’economia italiana appare più solida su determinati indicatori rispetto a quando Meloni ha assunto le proprie funzioni, ma le grandi variabili che determinano la sua traiettoria di lungo periodo rimangono ampiamente aperte.

Questa distinzione permette anche di comprendere perché la popolarità politica di Meloni non dipenda esclusivamente dai dati sul PIL. Una crescita dello 0,5% può essere presentata come una crescita positiva in un contesto internazionale difficile, ma non produce necessariamente un cambiamento visibile nel tenore di vita. Al contrario, una disoccupazione scesa al 5,8% può rappresentare un importante miglioramento statistico e, allo stesso tempo, lasciare una parte dei giovani alle prese con una disoccupazione vicina al 19%. I governi si trovano quindi di fronte a un duplice obbligo: migliorare gli indicatori macroeconomici e fare in modo che tali miglioramenti siano percepibili nella vita quotidiana.

18. IL DEBITO COME VINCOLO SILENZIOSO

Il debito pubblico costituisce infine la variabile che impedisce di considerare la stabilizzazione di bilancio come una vittoria definitiva. Con un debito equivalente a circa il 137% del PIL alla fine del 2025 e una proiezione europea del 139,2% nel 2027, l’Italia rimane estremamente sensibile al rapporto tra tassi d’interesse, crescita nominale e fiducia degli investitori. Un’economia può sostenere un livello elevato di debito per un lungo periodo quando i tassi sono bassi e la crescita nominale rimane sufficientemente dinamica. Ma quando le condizioni finanziarie si irrigidiscono o la crescita rallenta, il servizio del debito assorbe una quota maggiore delle risorse pubbliche.

Il Governo Meloni ha quindi interesse a preservare la fiducia finanziaria anche quando cerca di rispondere alle aspettative sociali della propria base elettorale. Questo vincolo spiega in parte i continui equilibri tra riduzioni fiscali, spesa sociale, investimenti pubblici e disciplina di bilancio. Ogni nuova misura deve essere finanziata e, in un’economia fortemente indebitata, il finanziamento attraverso il deficit ha un costo maggiore rispetto a un Paese con un debito molto più basso.

Il FMI raccomanda precisamente una riduzione più rapida del debito e stima che uno sforzo di bilancio aggiuntivo pari a circa l’1% del PIL nel 2026 e nel 2027, oltre alle misure già previste, rafforzerebbe il percorso di riduzione del debito. Ma questa raccomandazione dimostra anche la difficoltà politica del problema. Ridurre rapidamente il debito richiede maggiori entrate, un controllo più rigoroso della spesa, una crescita più forte o una combinazione delle tre. Ognuna di queste opzioni comporta un costo politico. Un aumento della fiscalità può scontentare famiglie e imprese; una riduzione della spesa può incidere sui servizi pubblici; una crescita più forte richiede riforme i cui risultati tardano ad arrivare.

Il debito diventa così un vincolo silenzioso del potere di Meloni. Non impedisce al Governo di governare, ma determina costantemente ciò che può promettere e ciò che può realmente finanziare. Contribuisce inoltre a spiegare perché la stabilità politica possieda un valore particolare agli occhi dei mercati. Un Governo stabile ha maggiori probabilità di mantenere una traiettoria di bilancio coerente rispetto a un Esecutivo costantemente minacciato da una crisi di coalizione. Ma la stabilità non riduce meccanicamente il debito. Offre soltanto al Governo più tempo per cercare di controllarlo.

19. IL VERO BILANCIO: UN’ECONOMIA PIÙ STABILE, MA ANCORA NON TRASFORMATA

Al termine di questa prima lettura economica, il bilancio di Giorgia Meloni appare quindi più complesso dei racconti contrapposti del successo totale e del fallimento completo. Il suo Governo ha beneficiato di un miglioramento del mercato del lavoro, di una riduzione del deficit e di un consolidamento della credibilità finanziaria. Il numero degli occupati ha raggiunto un livello storicamente elevato, la disoccupazione è scesa al 5,8% e il deficit pubblico si è ridotto al 3,1% del PIL nel 2025. Questi risultati sono sufficientemente significativi da non poter essere liquidati come semplici effetti della comunicazione politica.

Ma gli stessi dati mostrano i limiti di questo successo. La crescita rimane intorno allo 0,5%, il debito pubblico resta intorno al 137% del PIL e si prevede che aumenti ancora come quota del PIL nel breve periodo, la produttività continua a essere debole e la partecipazione al mercato del lavoro rimane insufficiente tra donne e giovani. I salari nominali aumentano, ma il potere d’acquisto rimane esposto all’inflazione e diversi milioni di lavoratori continuano a essere interessati da contratti collettivi in attesa di rinnovo. L’economia italiana funziona meglio secondo determinati parametri, ma non ha ancora superato la soglia che consentirebbe di parlare di una trasformazione strutturale.

La questione economica torna quindi direttamente a quella posta all’inizio di questo dossier. Quattro anni di stabilità governativa hanno dato a Giorgia Meloni più tempo della maggior parte dei suoi predecessori per agire. Le hanno inoltre permesso di costruire un rapporto più prevedibile con le istituzioni europee e i mercati, mantenere una traiettoria di bilancio relativamente disciplinata e sostenere determinati investimenti. Ma la stabilità non crea da sola produttività, non riduce automaticamente il debito, non aumenta meccanicamente i salari reali e non modifica istantaneamente la struttura demografica di un Paese.

Il bilancio economico di Meloni può quindi essere riassunto attraverso una formula che deve rimanere al centro del nostro dossier: l’Italia è diventata più stabile senza essere diventata ancora più produttiva. Questa differenza è tutt’altro che secondaria. Probabilmente determinerà il modo in cui gli italiani giudicheranno il suo Governo man mano che si avvicinerà il 2027. Perché, una volta superata la legittima soddisfazione di aver ottenuto una continuità politica eccezionale, un’altra domanda diventa inevitabile: questa stabilità ha realmente aumentato la capacità del Paese di creare ricchezza, migliorare i redditi e preparare il proprio futuro? La demografia, il mercato del lavoro e le fratture territoriali offriranno ora una risposta molto più esigente.

20. IL MERCATO DEL LAVORO NON PUÒ ESSERE SEPARATO DALLA DEMOGRAFIA

Esiste una profonda contraddizione al cuore dell’economia italiana che i soli dati sulla disoccupazione non permettono di cogliere. L’Italia conta oggi più persone occupate rispetto all’inizio del Governo Meloni e il tasso di disoccupazione ha raggiunto un livello che sarebbe stato difficile immaginare durante alcune delle fasi più fragili dell’economia italiana contemporanea. Tuttavia, questo miglioramento si verifica in un Paese la cui popolazione potenzialmente attiva si sta progressivamente contraendo. Il problema italiano non consiste più semplicemente nel creare posti di lavoro, ma nel disporre domani di persone sufficienti per occuparli, sufficientemente qualificate per rispondere alle esigenze delle imprese e sufficientemente produttive per sostenere un’economia che deve affrontare contemporaneamente l’invecchiamento, il finanziamento delle pensioni, la pressione sui servizi pubblici e l’aumento delle spese legate all’età. La questione demografica non è quindi un capitolo periferico della politica economica di Giorgia Meloni; costituisce una delle sue variabili determinanti.

I dati demografici più recenti offrono una misura particolarmente chiara del fenomeno. Nel 2025, l’Italia ha registrato circa 355.000 nascite e 652.000 decessi. Il tasso di fecondità totale è sceso a 1,14 figli per donna, molto al di sotto del livello di sostituzione generazionale. Il 1° gennaio 2026, la popolazione residente italiana era diminuita di circa 189.000 persone in un anno, mentre il numero dei residenti stranieri aveva raggiunto circa 5,56 milioni. L’immigrazione compensa quindi una parte del declino demografico, ma non lo elimina. Il saldo migratorio estero rimane positivo e costituisce attualmente uno dei principali meccanismi che permettono di limitare la contrazione della popolazione, mentre il saldo naturale continua a essere profondamente negativo. L’Italia non si trova di fronte a una crisi demografica futura che potrebbe verificarsi tra diversi decenni; sta già vivendo questa trasformazione.

Questa evoluzione modifica profondamente il significato del successo mostrato dal mercato del lavoro. Quando l’occupazione aumenta in una popolazione che invecchia, una parte di questa progressione può derivare dall’allungamento della vita lavorativa e dall’aumento del tasso di occupazione delle generazioni più anziane. È precisamente ciò che mostrano i dati italiani recenti. L’aumento dell’occupazione dal 2021 è stato particolarmente significativo tra le persone dai 50 ai 64 anni. Questa evoluzione può essere positiva dal punto di vista delle finanze pubbliche e del funzionamento del mercato del lavoro, ma non costituisce una risposta completa al problema demografico. Significa inoltre che l’economia italiana dipende sempre più da una popolazione attiva che invecchia, mentre le generazioni che entrano nel mercato del lavoro sono meno numerose. L’invecchiamento può quindi migliorare temporaneamente determinati indicatori occupazionali mentre riduce progressivamente il potenziale di crescita di lungo periodo.

Per questo la situazione dei giovani italiani possiede un’importanza che va molto oltre il tasso di disoccupazione degli under 25. Un’economia che non riesce a offrire alle nuove generazioni prospettive professionali adeguate al loro livello di formazione rischia di perdere contemporaneamente capitale umano, consumi futuri, capacità imprenditoriale e capacità di formare nuove famiglie. L’emigrazione dei giovani laureati diventa così una questione tanto economica quanto sociale. Nel 2025, circa 109.000 italiani hanno registrato la propria uscita verso l’estero, con un’età media di circa 34 anni; più di un terzo delle persone che hanno lasciato il Paese apparteneva alla fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni. L’Italia ha registrato inoltre circa 56.000 rientri, ma questi non sono stati sufficienti a compensare le partenze. Il Paese non perde soltanto abitanti; rischia di perdere una parte della propria popolazione in età lavorativa e di costruire il futuro economico del Paese.

Il fenomeno è ancora più sensibile nel Mezzogiorno. Tra il 2019 e il 2025, il Sud Italia ha perso circa 150.000 giovani laureati tra i 25 e i 34 anni, principalmente a favore del Centro e del Nord Italia, ma anche dell’estero. Questa migrazione interna viene spesso presentata come conseguenza delle differenze economiche tra i territori, ma agisce a sua volta come un meccanismo che le accentua. Quando una regione perde una parte significativa dei propri giovani laureati, perde anche competenze, potenziali imprenditori, consumatori, contribuenti e famiglie in grado di rinnovare la propria popolazione. Il problema non consiste quindi soltanto nel fatto che il Sud produca meno posti di lavoro qualificati; è che rischia di vedere diminuire proprio la popolazione di cui avrebbe bisogno per trasformare la propria economia.

Il Governo Meloni ha cercato di rispondere a questa situazione attraverso una combinazione di politiche familiari, fiscali e sociali, in particolare mediante l’assegno unico per i figli a carico, le misure destinate alle nuove nascite e i dispositivi di sostegno alle famiglie e alla cura dei bambini piccoli. Queste politiche svolgono una funzione importante, ma la loro efficacia deve essere valutata con prudenza. I trasferimenti finanziari possono ridurre il costo immediato di un figlio, ma non sono necessariamente sufficienti a modificare le decisioni sulla fecondità quando le famiglie devono affrontare contemporaneamente il costo dell’abitazione, la precarietà del lavoro, le difficoltà di accesso ai servizi per l’infanzia, l’incertezza economica e i vincoli legati alla carriera professionale delle donne. Una politica familiare realmente trasformativa richiede quindi un ambiente molto più ampio nel quale avere un figlio non significhi rinunciare a una parte sproporzionata del reddito o delle prospettive professionali.

La questione delle infrastrutture per la cura dell’infanzia illustra perfettamente questa difficoltà. Nel 2023–2024, l’Italia contava circa 14.570 strutture per i servizi alla prima infanzia, che rappresentavano circa 378.500 posti autorizzati, cioè circa 31,6 posti ogni 100 bambini da zero a due anni. Ma le differenze territoriali rimanevano considerevoli. La copertura era chiaramente inferiore nel Sud e nelle Isole rispetto al Centro e al Nord, mentre una quota significativa delle strutture segnalava la presenza di liste d’attesa. Una politica familiare non può quindi essere valutata soltanto sulla base dell’ammontare degli aiuti concessi ai genitori. Deve essere misurata anche sulla possibilità concreta di trovare un posto al nido, accedere a un’abitazione a prezzi sostenibili, mantenere un lavoro e conciliare l’attività professionale con la vita familiare.

Questa dimensione è particolarmente importante per le donne. L’aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro costituisce una delle più importanti riserve di crescita ancora disponibili per l’Italia. Ma questa progressione non può essere ottenuta attraverso una semplice richiesta di lavorare di più. Dipende dall’organizzazione del mercato del lavoro, dall’accesso ai servizi per l’infanzia, dalla disponibilità dei trasporti, dalla distribuzione del lavoro domestico e familiare e dalla capacità delle imprese di offrire percorsi professionali compatibili con le diverse fasi della vita. In una società che invecchia, ogni donna in più che entra stabilmente nel mercato del lavoro rappresenta non soltanto un miglioramento dell’uguaglianza economica, ma anche un aumento della base produttiva e fiscale del Paese. Il tema è quindi simultaneamente sociale, demografico e macroeconomico.

La demografia pone infine una domanda che la politica economica non può più rinviare: con meno giovani e più anziani, chi finanzierà i sistemi sociali e chi produrrà la ricchezza necessaria per finanziarli? Le pensioni, la sanità, l’assistenza a lungo termine e i servizi sociali eserciteranno progressivamente una maggiore pressione sulle finanze pubbliche. Allo stesso tempo, il numero delle persone in età lavorativa tenderà a diminuire. L’immigrazione diventa così una componente economica strutturale, anche quando rimane politicamente controversa. Un’Italia che voglia mantenere il proprio livello di produzione, finanziare il proprio sistema di protezione sociale e compensare la diminuzione della popolazione attiva dovrà necessariamente riflettere simultaneamente sulla natalità, sulla partecipazione delle donne e dei giovani, sul prolungamento dell’attività professionale, sulla produttività e su una politica migratoria capace di attrarre e integrare le competenze di cui la propria economia avrà bisogno.

È qui che il bilancio economico di Giorgia Meloni incontra il proprio limite più profondo. Il suo Governo può rivendicare una stabilizzazione delle finanze pubbliche e un notevole miglioramento di determinati indicatori del mercato del lavoro, ma nessuno di questi progressi è sufficiente a risolvere la contraddizione demografica che condizionerà la crescita italiana nei prossimi decenni. Il numero dei posti di lavoro può aumentare oggi; se il numero dei lavoratori potenziali diminuisce domani, il problema riapparirà sotto un’altra forma. Il deficit può ridursi; se le spese legate all’invecchiamento aumentano più rapidamente delle entrate, la pressione ritornerà. Le imprese possono investire di più; se non trovano più un numero sufficiente di lavoratori qualificati, la loro capacità di espansione rimarrà limitata. La vera prova economica non è quindi soltanto quella del prossimo bilancio o del prossimo tasso di disoccupazione. È quella di un Paese che deve produrre contemporaneamente di più con meno lavoratori, mantenere il proprio modello sociale con una popolazione più anziana ed evitare che le giovani generazioni considerino la partenza come la condizione normale del proprio futuro.

Questa realtà conduce direttamente al capitolo successivo della nostra analisi. La demografia italiana non costituisce soltanto una crisi di numeri; trasforma la società, i rapporti tra generazioni, la geografia politica del Paese, le decisioni familiari, le migrazioni interne e internazionali e, in ultima analisi, la stessa definizione del potere italiano. Dopo aver misurato ciò che quattro anni di Governo Meloni hanno cambiato nei conti pubblici, nell’occupazione, nei redditi e nelle capacità produttive, dobbiamo ora osservare ciò che quegli stessi anni non sono ancora riusciti a invertire: una società italiana che invecchia più rapidamente di quanto la politica riesca a trasformarla.

UNA SOCIETÀ CHE INVECCHIA PIÙ VELOCEMENTE DELLA POLITICA

21. Il Paese che perde nascite e guadagna anni di vita

La crisi demografica italiana viene spesso descritta attraverso una cifra ormai quasi emblematica: il numero delle nascite è oggi molto inferiore a quello dei decessi. Ma dietro questa differenza statistica si nasconde una trasformazione molto più profonda della società italiana. Nel 2025, in Italia sono nati circa 355.000 bambini, mentre sono morte quasi 652.000 persone. Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, mentre la speranza di vita ha continuato ad aumentare, raggiungendo circa 81,7 anni per gli uomini e 85,7 anni per le donne. L’Italia sta quindi vivendo contemporaneamente due evoluzioni che potrebbero apparire contraddittorie, ma che, considerate insieme, spiegano la nuova struttura della sua popolazione: gli italiani vivono più a lungo e hanno meno figli. Il risultato è una società la cui struttura per età sta cambiando rapidamente, con generazioni anziane sempre più numerose e generazioni giovani sempre più ridotte.

Questo sviluppo non può essere attribuito al governo Meloni. È il prodotto di diversi decenni di trasformazioni economiche, culturali e sociali. Il calo della fecondità in Italia è iniziato molto prima dell’arrivo al potere di Meloni e fa parte di una tendenza europea più ampia, anche se oggi l’Italia è tra i Paesi maggiormente esposti alle sue conseguenze. Questa osservazione è essenziale affinché la demografia non diventi uno strumento di parte. La questione rilevante non è se Meloni abbia creato la crisi demografica, ma che cosa possa concretamente fare un governo che dispone di diversi anni di stabilità politica di fronte a una tendenza così profonda. È precisamente qui che diventano visibili i limiti delle politiche pubbliche. La politica familiare può ridurre determinati costi, migliorare l’accesso ai servizi e rendere meno difficile avere un figlio, ma da sola non può modificare una struttura demografica costruita nel corso di diverse generazioni.

Il calo delle nascite presenta tuttavia una dimensione economica immediata. Ogni generazione più piccola significa, venti o trent’anni dopo, un numero inferiore di persone che entrano nel mercato del lavoro. Quando questo fenomeno si ripete per diversi decenni, finisce per ridurre la popolazione potenzialmente in età lavorativa. Il problema diventa allora cumulativo. Meno giovani significa meno nuovi lavoratori; meno lavoratori significa potenzialmente una base imponibile più ristretta; una popolazione più anziana significa contemporaneamente maggiori esigenze nel campo della sanità, delle pensioni e dei servizi di assistenza. Il Paese deve quindi produrre più ricchezza con una popolazione attiva proporzionalmente più ridotta. È precisamente questa la contraddizione con cui il dibattito economico italiano si confronta sempre più.

L’immigrazione internazionale attenua questa dinamica senza riuscire a invertirla. Nel 2025, l’Italia ha registrato circa 440.000 arrivi dall’estero, mentre l’emigrazione verso l’estero si è attestata intorno alle 144.000 persone. Il saldo migratorio internazionale è quindi rimasto fortemente positivo, pari a circa 296.000 persone. Al 1° gennaio 2026, la popolazione residente straniera ammontava a circa 5,56 milioni di persone. Questo contributo migratorio contribuisce a rallentare la contrazione demografica e sostiene il mercato del lavoro. Ma solleva anche una grande questione politica per un governo la cui identità elettorale si è costruita in parte attorno al controllo delle frontiere e alla riduzione dell’immigrazione irregolare. L’Italia può cercare di ridurre gli arrivi irregolari e, allo stesso tempo, avere bisogno di un’immigrazione regolare sufficiente a sostenere la propria economia. Queste due politiche non sono necessariamente contraddittorie, ma richiedono una distinzione molto più sofisticata tra controllo delle frontiere, immigrazione economica, integrazione e necessità demografiche.

Questo è uno dei paradossi più importanti del governo Meloni. La migrazione è diventata uno dei marcatori più visibili del suo progetto politico, mentre la demografia italiana richiede al Paese di riflettere con precisione su come attrarre i lavoratori di cui avrà bisogno domani. Una politica migratoria concepita esclusivamente come politica di sicurezza non risponderebbe quindi pienamente alle esigenze di un’economia che invecchia. Al contrario, una politica di apertura economica che ignorasse le preoccupazioni relative all’integrazione, alla sicurezza e alla capacità delle comunità locali di accogliere nuove popolazioni creerebbe altre tensioni. La vera questione italiana non è quindi semplicemente quanti migranti debbano entrare nel Paese, ma quali migranti l’economia italiana voglia attrarre, in quali settori, con quali qualifiche, attraverso quali canali legali e con quale politica di integrazione.

22. Una gioventù sospesa tra istruzione, mobilità e partenza

Il problema demografico italiano inizia anche dal rapporto che i giovani intrattengono con il proprio futuro. Una società non si rinnova semplicemente perché dispone di un numero sufficiente di nascite; si rinnova quando le generazioni più giovani hanno sufficienti ragioni economiche, professionali e sociali per restare, lavorare, investire e creare una famiglia. L’Italia sperimenta da tempo un modello di mobilità tra i giovani laureati che indebolisce in modo particolare le regioni già meno dinamiche.

Nel 2025, circa 109.000 italiani hanno registrato un’emigrazione verso l’estero. Questa cifra rappresenta un calo rispetto al picco eccezionale registrato nel 2024, un anno caratterizzato in particolare da una significativa concentrazione delle iscrizioni all’AIRE in seguito all’inasprimento delle norme pertinenti. Il fenomeno deve quindi essere interpretato con cautela. Tuttavia, l’emigrazione italiana rimane strutturalmente significativa, mentre i rientri non compensano pienamente le partenze.

La questione non riguarda soltanto il numero di giovani che partono. Riguarda anche le ragioni per cui partono. Alcuni cercano salari più elevati, altri ambienti professionali più dinamici, carriere internazionali, sistemi universitari più aperti o condizioni di lavoro che considerano più favorevoli. La mobilità europea rende queste scelte relativamente facili per i cittadini italiani. Un giovane laureato può confrontare le opportunità offerte da Milano, Parigi, Berlino, Madrid, Amsterdam o Londra senza necessariamente considerare la partenza come una rottura definitiva con l’Italia. Per l’economia nazionale, tuttavia, ogni partenza prolungata rappresenta una potenziale perdita di competenze e di future entrate fiscali.

Questa dinamica è particolarmente forte nel Mezzogiorno. Tra il 2019 e il 2025, circa 150.000 giovani laureati italiani di età compresa tra 25 e 34 anni hanno lasciato il Sud, principalmente per trasferirsi nell’Italia centrale e settentrionale, ma anche per andare all’estero. Secondo l’ISTAT, questa perdita comprendeva circa 122.000 persone trasferitesi verso il Centro Nord e circa 28.000 riconducibili al saldo negativo con l’estero. Questo movimento contribuisce a una graduale concentrazione del capitale umano nei territori che dispongono già dei mercati del lavoro più forti.

Questo meccanismo crea un ciclo difficile da interrompere. Una regione che perde la propria popolazione giovane e attiva dispone di meno consumatori, meno contribuenti e meno persone capaci di creare nuove imprese. Questa contrazione riduce a sua volta l’attrattività del territorio. Le famiglie diventano più riluttanti a stabilirvisi, le imprese incontrano maggiori difficoltà nel reclutamento e le generazioni più giovani che rimangono dispongono di meno opportunità. La demografia diventa così un fattore di disuguaglianza territoriale, mentre la disuguaglianza territoriale diventa un ulteriore fattore di declino demografico.

La politica economica nazionale non può quindi affrontare separatamente le questioni del Sud, dei giovani e della demografia. Esse appartengono allo stesso sistema. Un’Italia capace di offrire un numero maggiore di posti di lavoro qualificati nel Mezzogiorno ridurrebbe contemporaneamente le pressioni migratorie interne, conserverebbe una maggiore quantità di capitale umano e aumenterebbe la possibilità di formazione di nuove famiglie nei territori interessati. Ma ciò richiede investimenti sostenuti nelle infrastrutture, nell’istruzione, nella connettività digitale, nella ricerca, nella logistica e nei settori industriali e tecnologici. I trasferimenti di bilancio possono sostenere i territori; non sono sufficienti a creare l’ecosistema economico che offra a un’intera generazione una ragione per costruire lì il proprio futuro.

23. La famiglia come politica economica

Giorgia Meloni ha fatto della famiglia uno dei temi distintivi del suo governo. Questo orientamento è coerente con il suo percorso politico e con la gravità della situazione demografica italiana. Ma crea anche un’obbligazione particolare: quando un governo dichiara che la fecondità è una priorità nazionale, deve accettare che i risultati vengano valutati non soltanto attraverso la retorica politica o il numero dei programmi creati, ma attraverso la loro effettiva capacità di modificare le condizioni nelle quali i giovani adulti prendono decisioni riguardo alla famiglia.

L’Italia dispone oggi di una serie di misure che comprendono l’Assegno Unico e Universale, gli aiuti collegati alle nuove nascite e programmi a sostegno dei servizi per la prima infanzia. Secondo l’analisi redistributiva dell’ISTAT relativa alle misure entrate in vigore nel 2025, l’indicizzazione dell’Assegno Unico, le modifiche al bonus asilo nido e l’introduzione del bonus nuovi nati hanno rappresentato complessivamente un beneficio medio di circa 120 euro all’anno per oltre sei milioni di famiglie. Questa cifra non corrisponde quindi all’intera politica familiare italiana, ma all’effetto stimato di questo specifico gruppo di misure.

Il costo di un figlio non si limita a una spesa mensile aggiuntiva. Comprende l’abitazione, i servizi per l’infanzia, i trasporti, la sanità, l’istruzione, l’eventuale perdita di reddito quando uno dei genitori riduce l’attività professionale e il costo opportunità associato alla carriera. In un’economia nella quale i giovani adulti incontrano difficoltà nell’accesso all’abitazione e nella quale i salari reali hanno subito pressioni significative, un’indennità aggiuntiva può essere utile senza necessariamente modificare la decisione fondamentale di avere un figlio. Il problema della fecondità è quindi legato tanto alla fiducia nel futuro quanto all’ammontare dell’assistenza disponibile.

La disponibilità di servizi per l’infanzia è cruciale sotto questo profilo. I dati italiani mostrano una copertura territoriale fortemente disomogenea. Nel 2023–2024, l’Italia disponeva di quasi 378.500 posti autorizzati nei servizi per la prima infanzia, pari a circa 31,6 posti ogni 100 bambini. Ma la copertura era significativamente più bassa nel Sud e nelle Isole, con circa 19,0 posti ogni 100 bambini nel Sud e 19,5 nelle Isole, rispetto al 40,4 nell’Italia centrale, al 39,1 nel Nord Est e al 36,6 nel Nord Ovest. Una famiglia può quindi ricevere un sostegno finanziario e trovarsi comunque di fronte a un ostacolo molto concreto: trovare un posto per l’infanzia vicino a casa.

Questa realtà aiuta a spiegare perché la politica familiare debba essere concepita come una forma di politica delle infrastrutture sociali. Un centro per l’infanzia non è soltanto un servizio per i bambini. È anche un’infrastruttura che permette a un genitore, spesso la madre, di rimanere nel mercato del lavoro. Una scuola di qualità, un sistema sanitario accessibile, trasporti affidabili e abitazioni economicamente accessibili esercitano anch’essi un’influenza indiretta sulla decisione di avere figli. La politica familiare diventa quindi politica economica perché determina la quantità di lavoro disponibile, la partecipazione femminile, il reddito delle famiglie e la futura capacità del Paese di rinnovare la propria popolazione in età lavorativa.

Il paradosso è quindi che la politica pronatalista italiana non può avere successo se rimane separata dalla politica dell’occupazione. Un governo può incoraggiare le nascite, ma se le giovani coppie continuano a incontrare difficoltà nell’accesso a un lavoro stabile, all’abitazione e ai servizi per l’infanzia, il messaggio politico continuerà a scontrarsi con la realtà quotidiana. È per questo che la demografia può rappresentare uno degli ambiti nei quali la filosofia politica di Meloni incontra più direttamente i vincoli economici dell’Italia.

24. Nord e Sud: due Italie nella stessa crisi

La situazione demografica italiana non è distribuita uniformemente sul territorio. Essa amplifica divisioni geografiche di lunga data e crea nuove forme di disuguaglianza tra le regioni. Il Nord dispone di economie più diversificate, di una base industriale più forte e, in generale, di mercati del lavoro più dinamici. Il Sud possiede importanti risorse, tra cui la sua posizione mediterranea, il potenziale turistico, le risorse energetiche rinnovabili, l’agricoltura, i porti e la vicinanza al Nord Africa. Tuttavia, i divari di reddito, occupazione, servizi e capitale umano rimangono sufficientemente significativi da influenzare le traiettorie demografiche.

Il problema non è semplicemente che il Sud registra un numero maggiore di partenze. È che la partenza dei giovani laureati riduce gradualmente la sua capacità di invertire i fattori che provocano quelle stesse partenze. Quando una regione perde una parte della propria popolazione qualificata in età lavorativa, le imprese dispongono di un bacino di talenti più ristretto, anche le amministrazioni locali perdono parte del proprio potenziale umano e le giovani famiglie diventano meno numerose. La conseguenza è cumulativa. La regione non perde semplicemente residenti; perde una parte della propria capacità di creare le condizioni necessarie affinché coloro che sono partiti possano tornare.

I divari emergono anche nell’accesso ai servizi essenziali. La copertura dei servizi per la prima infanzia rimane significativamente più bassa nel Sud e nelle Isole rispetto alle regioni settentrionali e centrali. Questa differenza non è irrilevante. Può influenzare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, le decisioni familiari e la mobilità professionale. Una politica nazionale che distribuisse le stesse risorse pro capite in tutto il Paese non produrrebbe quindi necessariamente gli stessi risultati in ogni territorio, perché i bisogni e le capacità istituzionali non sono identici.

Anche la geografia economica del Paese sta cambiando. I dati regionali mostrano una crescita positiva ma modesta nel 2025, intorno allo 0,5% nel Nord Ovest, nel Nord Est e nel Centro, e allo 0,6% nel Mezzogiorno. Questa cifra può apparire rassicurante perché indica che il Sud non è necessariamente condannato a una crescita inferiore rispetto al resto del Paese. Ma una crescita leggermente superiore in un singolo anno non è sufficiente a cancellare divari accumulati nel corso di diversi decenni. Il problema dell’Italia è precisamente costituito dalle differenze nei livelli, nella produttività, nelle infrastrutture e nel capitale umano, che non possono essere corrette da una variazione annuale del PIL.

L’istruzione superiore offre uno degli indicatori più rivelatori di questo divario. Nel 2024, il tasso di occupazione dei laureati tra i 25 e i 64 anni ha raggiunto l’88,3% nel Nord, rispetto al 77,3% nel Mezzogiorno. Tra i 30 e i 34 anni, il divario era ancora maggiore, con il 91,1% nel Nord contro il 73,3% nel Sud. Queste differenze non ci dicono soltanto qualcosa sul mercato del lavoro. Spiegano anche perché i giovani laureati lascino alcune regioni per altre e perché il capitale umano tenda a concentrarsi laddove le opportunità professionali sono più abbondanti.

La risposta di Meloni a questo divario costituisce quindi una prova importante della sua capacità di trasformare la stabilità politica in una strategia nazionale. Il Mezzogiorno non è semplicemente un territorio da sostenere; potrebbe diventare uno dei grandi asset strategici dell’Italia nel XXI secolo. La sua posizione al centro del Mediterraneo gli conferisce un potenziale eccezionale per i porti, la logistica, l’energia solare, i collegamenti con il Nord Africa, le infrastrutture digitali e le catene di approvvigionamento europee. Ma questo potenziale diventerà realtà solo se lo Stato riuscirà simultaneamente a migliorare le infrastrutture, la governance, la formazione e la capacità di investimento.

La questione demografica converge quindi con la questione del potere. Un’Italia la cui popolazione diminuisce e il cui Sud continua a perdere una parte dei propri giovani laureati può conservare una considerevole influenza internazionale, ma dovrà fare sempre più affidamento sulla produttività, sulla tecnologia, sull’immigrazione qualificata e sulla concentrazione strategica delle proprie risorse. Un’Italia che riuscisse invece a stabilizzare le famiglie, trattenere un maggior numero di giovani, aumentare la partecipazione femminile e trasformare il potenziale economico del Mezzogiorno disporrebbe di un vantaggio molto maggiore nella competizione europea e mediterranea.

È per questo che la crisi demografica potrebbe rappresentare la prova più severa del bilancio di Giorgia Meloni. Non può essere giudicata esclusivamente sulla base delle misure adottate dal 2022, perché nessun governo può invertire in pochi anni una tendenza accumulata nel corso di diversi decenni. Ma può essere giudicata sulla direzione impressa al Paese, sulla coerenza delle politiche pubbliche e sulla capacità del governo di comprendere che fecondità, occupazione, immigrazione, abitazione, istruzione, servizi pubblici e sviluppo territoriale appartengono a un’unica equazione. L’Italia non ha semplicemente bisogno di più bambini; deve creare le condizioni economiche e sociali nelle quali una nuova generazione possa scegliere di nascere, rimanere, lavorare e costruire il proprio futuro.

Questa equazione conduce naturalmente al prossimo grande conflitto politico del governo. Quando una popolazione diminuisce, i territori si svuotano e le imprese hanno bisogno di lavoratori, la migrazione cessa di essere una semplice questione di frontiere. Diventa una questione di modello economico, sicurezza, identità, integrazione e sovranità. È precisamente su questa frontiera tra demografia e politica che Giorgia Meloni ha costruito uno dei pilastri più visibili del proprio potere. La fase successiva del dossier è quindi la battaglia sulle frontiere: Lampedusa, il Mediterraneo, la Tunisia, la Libia, l’Albania e il tentativo dell’Italia di trasformare una crisi migratoria in una strategia europea.

LA BATTAGLIA SULLE FRONTIERE

25. Lampedusa, ovvero quando il Mediterraneo diventa una questione di potere

Per Giorgia Meloni, la migrazione non è mai stata semplicemente uno dei tanti dossier politici. Rappresenta uno dei punti nei quali si intersecano la sua identità politica, la sua concezione della sovranità nazionale e la sua visione del ruolo dell’Italia nel Mediterraneo. Dal momento del suo arrivo al potere, il governo ha cercato di spostare il dibattito. Nel suo discorso, la questione non è più semplicemente come gestire gli arrivi sulle coste italiane, ma come agire a monte, lungo le rotte migratorie, nei Paesi di origine e di transito, esercitando al contempo pressione sull’Unione Europea affinché riconosca che la frontiera meridionale dell’Italia è anche una frontiera europea.

Lampedusa è diventata il simbolo di questa battaglia. L’isola è geograficamente italiana, ma la sua posizione nel Mediterraneo ne fa uno dei primi punti di contatto tra l’Europa e le rotte migratorie provenienti dal Nord Africa e, più ampiamente, dall’Africa subsahariana. Ogni arrivo trasforma immediatamente una questione europea in una realtà locale. Alcune migliaia di persone possono modificare nel giro di poche ore la capacità di una piccola isola di accogliere gli arrivi, mettere sotto pressione i servizi pubblici e innescare una nuova sequenza politica a Roma. La geografia conferisce quindi a Lampedusa un’importanza molto superiore alle sue dimensioni.

Il governo Meloni ha cercato di utilizzare questa realtà per modificare gli equilibri di potere con Bruxelles. La logica è chiara: se l’Italia è uno dei principali punti di ingresso marittimo nell’Unione Europea, allora la gestione degli arrivi non può essere considerata una responsabilità esclusivamente italiana. Deve essere europea. L’argomento non è nuovo, ma Meloni gli ha conferito una particolare forza politica, combinandolo con una politica volta a ridurre le partenze dalle coste africane e a rafforzare la cooperazione con i Paesi di transito.

Questa strategia spiega l’importanza attribuita alla Tunisia. Il partenariato tra Roma e Tunisi si è progressivamente ampliato oltre il solo controllo migratorio, incorporando dimensioni finanziarie, energetiche ed economiche. L’obiettivo dell’Italia è contribuire a creare condizioni che consentano alle autorità tunisine di controllare meglio le partenze e combattere le reti di trafficanti, sostenendo al contempo la stabilità economica del Paese. Ma questo approccio contiene una difficoltà fondamentale: nessun accordo sulla migrazione può produrre risultati duraturi se le cause economiche, politiche e sociali che spingono le persone a partire rimangono immutate.

La stessa logica si applica al rapporto con la Libia. La Libia rimane uno spazio di transito fondamentale, ma resta politicamente frammentata e istituzionalmente fragile. Per Roma, ciò rende la cooperazione al tempo stesso indispensabile e incerta. La capacità di un governo italiano di controllare una frontiera marittima dipende in parte dalla capacità dei partner stranieri di controllare i propri territori, le proprie coste e le proprie reti di partenza. La sovranità italiana incontra quindi qui una particolare limitazione: è forte sul proprio territorio, ma a monte dipende dalla cooperazione di diversi Stati.

È precisamente questa interdipendenza che trasforma la migrazione in una questione geopolitica. Un’imbarcazione che parte dalle coste libiche o tunisine non è semplicemente l’ultimo anello di un viaggio individuale. Si colloca all’intersezione tra politiche africane, europee, mediterranee e internazionali. Dietro la frontiera italiana si trovano politiche di sviluppo, crisi politiche, conflitti, reti criminali, cambiamenti climatici, disparità di reddito e prospettive economiche tra Africa ed Europa.

La politica di Meloni ha quindi cercato di costruire un’architettura esterna di controllo della migrazione. Ma questa architettura produce un paradosso. Più l’Italia riesce a ridurre le partenze irregolari, più deve dimostrare che tale riduzione è accompagnata da canali legali, cooperazione economica e meccanismi capaci di distinguere le persone che cercano protezione, i migranti economici e gli individui coinvolti nelle reti criminali. Senza tale distinzione, il controllo delle frontiere rischia di diventare essenzialmente difensivo, mentre la demografia italiana richiede contemporaneamente una riflessione più ampia sull’immigrazione regolare.

L’Italia si trova quindi di fronte a un’equazione che nessuno slogan può risolvere. Vuole controllare le proprie frontiere perché considera il controllo degli ingressi una questione di sovranità nazionale. Ma ha anche bisogno di lavoratori stranieri in diversi settori della propria economia e sta vivendo una contrazione demografica che riduce progressivamente la popolazione in età lavorativa. Il vero dibattito non è quindi tra apertura totale e chiusura totale. Riguarda la costruzione di un sistema capace di controllare l’immigrazione irregolare organizzando al contempo l’immigrazione legale in modo coerente con le esigenze economiche, la capacità di integrazione e gli obblighi internazionali dell’Italia.

26. L’accordo con l’Albania e l’esternalizzazione della frontiera europea

Una delle iniziative più emblematiche del governo Meloni è stato il suo riavvicinamento all’Albania nella gestione di alcune procedure migratorie. L’idea era politicamente audace: trasferire parte dell’esame di determinate procedure relative ai migranti al di fuori del territorio italiano, in strutture situate in Albania, mantenendo al contempo un quadro giuridico italiano ed europeo. Dietro questa iniziativa vi era un’ambizione più ampia: dimostrare che una parte della politica migratoria poteva essere organizzata al di fuori del territorio dell’UE senza che l’Europa abbandonasse per questo le proprie responsabilità giuridiche.

Il progetto ha sollevato immediatamente interrogativi sul diritto applicabile, sulla protezione dei richiedenti asilo, sul controllo giudiziario e sulla fattibilità operativa. Queste questioni non sono secondarie. Qualsiasi strategia di esternalizzazione della frontiera europea incontra una difficoltà strutturale: trasferire fisicamente una procedura non elimina gli obblighi giuridici che la regolano. Il luogo in cui una persona viene trattenuta o esaminata non è sufficiente a determinare i diritti ai quali quella persona ha diritto.

L’esperienza albanese si è tuttavia evoluta nel tempo. Gli ostacoli giuridici hanno limitato significativamente l’operazione inizialmente prevista e l’accordo ha dovuto essere reindirizzato. Nel 2026, il governo Meloni continua tuttavia a presentare l’esperienza come parte della propria strategia migratoria e come possibile modello di cooperazione con i Paesi partner. Questa evoluzione è importante: l’accordo con l’Albania non può più essere analizzato semplicemente come un nuovo progetto il cui successo dipende esclusivamente dalla sua attuazione iniziale. È diventato un laboratorio i cui limiti giuridici e operativi fanno essi stessi parte della valutazione.

Per Meloni, tuttavia, il significato dell’esperienza albanese va oltre il numero di persone effettivamente trattate. La vera questione è istituzionale e politica. Roma sta cercando di sperimentare una nuova architettura europea nella quale determinate procedure migratorie potrebbero essere svolte nei Paesi partner, con garanzie giuridiche definite in anticipo. Se il modello funzionasse in una forma giuridicamente sostenibile, potrebbe influenzare il dibattito europeo sull’esternalizzazione delle procedure. Se fallisse o rimanesse fortemente limitato, potrebbe invece confermare che la gestione dell’asilo rimane troppo strettamente legata alle giurisdizioni europee e agli obblighi internazionali per poter essere facilmente trasferita.

L’esperienza albanese rivela soprattutto un’importante evoluzione nella strategia di Meloni. La Presidente del Consiglio non ha semplicemente cercato di irrigidire la politica migratoria italiana; ha tentato di trasformarla in un laboratorio europeo. Questa è una distinzione importante. Una politica nazionale può chiudere un porto, rafforzare il controllo marittimo o modificare le norme sull’accoglienza. Una politica che cerca di stabilire un modello riproducibile in altri Stati europei persegue un’ambizione molto maggiore.

Questa ambizione spiega anche perché la migrazione sia diventata uno strumento di negoziazione con Bruxelles. Meloni ha progressivamente cercato di presentare l’Italia non come uno Stato periferico che chiede solidarietà europea, ma come uno Stato di prima linea capace di proporre nuove soluzioni. Il cambiamento di postura è significativo. L’Italia vuole essere riconosciuta come uno dei Paesi che contribuiscono a definire l’agenda europea sul Mediterraneo, piuttosto che semplicemente come il Paese che ne sopporta le conseguenze.

Ma questa strategia incontra un’altra limitazione: la politica migratoria europea rimane frammentata. Gli Stati membri non condividono tutti la stessa percezione della frontiera meridionale. I Paesi mediterranei sono direttamente esposti agli arrivi via mare; gli Stati dell’Europa centrale e settentrionale sono maggiormente preoccupati dai movimenti secondari, dall’asilo e dai meccanismi di distribuzione. Le loro priorità non sono quindi identiche.

Il successo di una strategia italiana dipende di conseguenza dalla sua capacità di trasformare una preoccupazione nazionale in un interesse europeo comune. È probabilmente qui che Meloni ha compiuto i maggiori progressi dall’inizio del suo mandato. La sua politica migratoria rimane controversa, ma è riuscita a fare del Mediterraneo un tema centrale delle discussioni europee sulle frontiere, sui partenariati esterni e sulla sicurezza.

27. Controllare i flussi senza perdere il controllo della narrazione

La politica migratoria presenta una seconda dimensione, meno visibile ma altrettanto importante: la battaglia sulla narrazione. Da diversi anni, l’immigrazione è diventata una delle principali arene della polarizzazione politica in Europa. I dati sugli arrivi, le immagini degli sbarchi, dei naufragi e degli scontri legati ai centri di accoglienza creano una successione di eventi capace di modificare rapidamente l’opinione pubblica.

Meloni possiede un particolare controllo di questa dimensione. Il suo discorso si basa su un’idea semplice: uno Stato che non controlla le proprie frontiere rischia di perdere una parte della propria capacità di decidere chi entra nel suo territorio. Questa formulazione le permette di collegare migrazione, sovranità e sicurezza senza necessariamente ridurre l’intero fenomeno migratorio a una questione identitaria. Le conferisce inoltre un vantaggio politico rispetto a un’opposizione che spesso deve trovare un equilibrio tra difesa dei diritti fondamentali, controllo delle frontiere e riconoscimento delle esigenze economiche.

Ma le narrazioni politiche presentano una debolezza quando si confrontano con le realtà statistiche. Una significativa riduzione degli arrivi irregolari costituisce un successo misurabile se è sostenibile e non è accompagnata da un massiccio spostamento delle rotte migratorie. Ma non significa che il problema migratorio sia stato risolto. Le rotte possono cambiare. Le reti criminali possono adattarsi. Le condizioni nei Paesi di transito possono evolversi. La politica pubblica non può quindi essere valutata esclusivamente attraverso un’unica fotografia annuale.

Deve essere valutata nel tempo, in termini di costi, risultati giudiziari, numero di rimpatri effettivamente realizzati, tempo necessario per esaminare le domande di asilo, canali legali disponibili e capacità di integrazione delle persone che rimangono in Italia. È qui che la politica migratoria diventa molto più complessa degli slogan elettorali.

L’integrazione è in particolare una delle grandi questioni che rimangono insufficientemente visibili nel dibattito. Una persona che entra legalmente in Italia e lavora in un settore nel quale il Paese registra una carenza di manodopera può contribuire direttamente alla crescita economica e al finanziamento del sistema sociale. Ma tale contributo dipende dalla capacità della persona di accedere a un’occupazione regolare, imparare la lingua, trovare un’abitazione, ricongiungersi con i familiari secondo condizioni legali e partecipare alla società. Una politica migratoria che controlla gli ingressi trascurando l’integrazione si limita a spostare il problema nel futuro.

Questa questione è particolarmente importante in un’Italia che invecchia. Esistono già carenze di manodopera in diversi settori. L’assistenza agli anziani, l’agricoltura, l’edilizia, la logistica, l’ospitalità e alcune professioni industriali dipendono dai lavoratori stranieri. Nei prossimi decenni, l’invecchiamento della popolazione potrebbe intensificare questa dipendenza. L’apparente contraddizione tra una politica di controllo dell’immigrazione irregolare e la necessità di lavoratori stranieri diventa quindi una contraddizione politica che il governo dovrà risolvere attraverso categorie più precise.

La distinzione tra immigrazione irregolare e regolare è quindi destinata probabilmente a diventare uno dei pilastri del modello italiano. Una politica coerente potrebbe essere restrittiva nei confronti dell’ingresso irregolare ampliando al contempo le possibilità di ingresso legale per i lavoratori di cui l’economia ha bisogno. Potrebbe inoltre rafforzare i meccanismi di selezione, formazione e integrazione prima dell’arrivo o immediatamente dopo. Un simile approccio sarebbe più difficile da comunicare politicamente rispetto a un discorso generale sulla chiusura delle frontiere, ma corrisponderebbe meglio ai vincoli demografici ed economici del Paese.

È precisamente qui che è in gioco una parte dell’eredità di Meloni. Il suo successo politico si basa in larga misura sulla capacità di trasformare una questione emotiva in un tema centrale della sovranità europea. Ma la fase successiva richiede qualcosa di più della capacità di denunciare le difficoltà. Richiede la costruzione di un sistema migratorio sostenibile.

28. La battaglia con i giudici

È qui che emerge una delle più importanti tensioni istituzionali del governo Meloni. Qualsiasi politica migratoria ambiziosa entra in contatto con la magistratura perché le decisioni riguardanti asilo, detenzione, espulsioni e condizioni di accoglienza sono soggette a norme nazionali, europee e internazionali. Il governo può modificare la legge; i tribunali possono successivamente essere chiamati a stabilire se le nuove disposizioni siano conformi a standard giuridici superiori.

Questa interazione è perfettamente normale in uno Stato governato dal principio dello Stato di diritto. Diventa politicamente esplosiva quando il governo ritiene che determinate decisioni giudiziarie ostacolino l’attuazione del proprio programma, mentre i giudici ritengono di esercitare semplicemente la propria funzione costituzionale. Il dibattito italiano diventa allora parte di una tensione più ampia della sola migrazione: il rapporto tra maggioranza politica, Parlamento, governo e magistratura.

Meloni ha progressivamente presentato alcune decisioni giudiziarie come ostacoli all’efficacia della politica migratoria. I suoi oppositori hanno risposto che il governo sta cercando di indebolire i controlli e i contrappesi capaci di esaminare le sue azioni. La controversia ha acquisito un’importanza particolare perché si è sviluppata parallelamente alla riforma giudiziaria proposta dal governo.

È necessario evitare qui una lettura semplicistica. Criticare una decisione giudiziaria non costituisce di per sé un attacco allo Stato di diritto. In una democrazia, i governi hanno il diritto di contestare l’interpretazione di una legge e di cercare di modificarla attraverso procedure costituzionali. Il problema nasce quando la critica ai giudici diventa una delegittimazione generale della magistratura o quando vengono indeboliti gli stessi meccanismi destinati a garantire l’indipendenza giudiziaria.

Questa distinzione è diventata ancora più importante dopo il referendum costituzionale del 2026 sulla riforma giudiziaria. Il progetto sostenuto dal governo, in particolare la proposta di separare le carriere dei pubblici ministeri e dei giudici, è stato respinto dagli elettori. La sconfitta ha limitato una delle principali ambizioni istituzionali di Meloni, senza tuttavia provocare una crisi di governo.

La frontiera italiana esiste quindi ormai a diversi livelli. Esiste una frontiera fisica nel Mediterraneo, una frontiera giuridica definita dalle norme europee e internazionali, una frontiera politica tra sovranità nazionale e solidarietà europea e una frontiera istituzionale tra esecutivo e magistratura. Meloni ha vinto una parte del dibattito sulle prime e terze di queste frontiere. Le altre due rimangono aperte.

29. La politica migratoria diventa politica estera

Il cambiamento più importante dell’era Meloni potrebbe trovarsi qui. La migrazione non viene più trattata esclusivamente come politica interna. È diventata uno strumento di politica estera. Tunisia, Libia, Albania, Egitto e diversi partner africani occupano oggi un posto nella strategia italiana che va ben oltre la sola gestione delle frontiere.

Questo sviluppo si collega direttamente alla più ampia proiezione dell’Italia verso l’Africa. Se l’Italia vuole ridurre la migrazione irregolare, deve contribuire a stabilizzare le rotte di transito. Se vuole stabilizzare le rotte di transito, deve investire nelle economie e nelle istituzioni dei Paesi partner. Se investe in questi Paesi, cerca anche di sviluppare mercati, corridoi energetici e relazioni politiche. La migrazione diventa allora il punto di ingresso verso una strategia mediterranea più ampia.

È questo il contesto nel quale deve essere compreso il Piano Mattei, che sarà esaminato più avanti nel dossier. La visione di Meloni cerca di riunire energia, sviluppo, commercio, infrastrutture e migrazione all’interno della stessa architettura strategica. Questo approccio potrebbe conferire all’Italia un ruolo più importante nelle relazioni tra Europa e Africa. Ma richiede anche risultati concreti. La politica estera non può essere costruita esclusivamente attorno a vertici e dichiarazioni. Deve produrre investimenti, posti di lavoro, infrastrutture e partenariati duraturi.

Esiste anche un rischio di strumentalizzazione reciproca. I Paesi di transito sanno che l’Europa ha bisogno della loro cooperazione per controllare le rotte migratorie. Possono quindi utilizzare questa cooperazione come leva per ottenere finanziamenti, concessioni commerciali o sostegno politico. L’Italia deve allora negoziare con partner che dispongono a loro volta di una leva negoziale.

Questo non costituisce necessariamente una debolezza. Al contrario, può diventare una fonte di potere diplomatico se Roma riuscirà a costruire partenariati equilibrati. L’Italia occupa una posizione geografica eccezionale tra Europa, Nord Africa, Balcani e Mediterraneo orientale. La sua influenza potrebbe rafforzarsi se riuscisse a trasformare questa geografia in una rete economica, energetica e diplomatica.

La politica migratoria di Meloni rivela quindi qualcosa di più profondo sul suo progetto. La Presidente del Consiglio non cerca semplicemente di difendere una frontiera nazionale. Sta tentando di ridefinire il posto dell’Italia nel proprio ambiente mediterraneo ed europeo. Il successo o il fallimento di questa strategia non dipenderà soltanto dal numero di arrivi sulle coste italiane. Dipenderà dalla capacità di Roma di costruire un’architettura regionale sufficientemente solida affinché migrazione, energia, commercio, sicurezza e sviluppo cessino di essere trattati come dossier separati.

A questo punto della valutazione, una conclusione emerge chiaramente. Giorgia Meloni ha trasformato la migrazione in uno dei principali strumenti del proprio potere politico e diplomatico. È riuscita a collocare la questione al centro del dibattito europeo e a spostare una parte della discussione verso i Paesi di origine e di transito. Ma questo successo politico crea ora un obbligo più difficile: dimostrare che il controllo delle frontiere può essere compatibile con le esigenze dello Stato di diritto, con le necessità economiche di un’Italia che invecchia e con le responsabilità internazionali dell’Unione Europea.

La battaglia sulle frontiere non è quindi finita. Sta semplicemente cambiando natura. Dopo aver cercato di ridurre gli arrivi e spostare verso l’esterno una parte del processo di controllo, il governo dovrà rispondere a una domanda molto più strutturale: quale modello di frontiera vuole realmente costruire l’Italia e quale concezione della sovranità europea annuncia questo modello? La risposta condurrà direttamente a un altro dei progetti più sensibili di Meloni: la trasformazione dello Stato italiano stesso.

RIFORMARE LO STATO

30. Stabilità politica e difficoltà della riforma

La longevità del governo Meloni crea una situazione quasi senza precedenti nella storia recente della Repubblica italiana. Un esecutivo che rimane in carica per diversi anni dispone di un vantaggio considerevole rispetto ai governi di breve durata che hanno caratterizzato a lungo la politica italiana: può pianificare, negoziare, correggere le proprie decisioni e attendere gli effetti delle proprie riforme. Ma la continuità crea anche un’obbligazione politica. Quando un governo non può più spiegare le proprie difficoltà attraverso l’instabilità ministeriale, le crisi di coalizione o la mancanza di tempo, la questione del suo bilancio diventa più diretta. Dopo diversi anni al potere, le intenzioni da sole non contano più; ciò che conta sono le istituzioni che sono state effettivamente trasformate.

È in questo contesto che la riforma dello Stato è diventata uno dei principali punti di tensione durante il mandato di Giorgia Meloni. Il suo governo ha cercato di modificare diversi importanti equilibri istituzionali, in particolare il funzionamento della magistratura, il ruolo della Presidente del Consiglio, l’organizzazione territoriale e i meccanismi di responsabilità politica. Questi progetti non sono avanzati tutti allo stesso ritmo. Alcuni sono stati rallentati dalle procedure costituzionali, altri dall’opposizione politica e giudiziaria, mentre alcuni hanno incontrato direttamente il verdetto degli elettori.

Il contrasto con il successo elettorale di Meloni è significativo. La coalizione che l’ha portata al potere dispone di una maggioranza parlamentare e gode di un livello di stabilità che diversi governi italiani precedenti non avevano conosciuto. Tuttavia, questa maggioranza non è sufficiente a modificare facilmente la Costituzione o a riorganizzare in modo permanente i rapporti tra i diversi poteri dello Stato. Il sistema italiano dispone precisamente di meccanismi destinati a impedire che una maggioranza parlamentare, anche forte, trasformi rapidamente le regole fondamentali del regime.

La prima lezione del governo Meloni è quindi paradossale: la stabilità di governo non significa necessariamente una capacità illimitata di trasformazione istituzionale. Essa offre tempo. Aumenta la coerenza delle politiche. Può migliorare la capacità negoziale. Ma rimane soggetta ai controlli e ai contrappesi, alle procedure costituzionali, al Parlamento, ai tribunali e, in ultima istanza, ai cittadini.

Questa distinzione è fondamentale per comprendere il bilancio di Meloni. Il suo governo ha dimostrato di poter durare, ma la questione ora è fino a che punto questa durata gli abbia permesso di spostare i confini istituzionali della Repubblica.

31. La giustizia, il primo grande fronte istituzionale

La riforma giudiziaria occupa un posto particolare in questo confronto. Il governo ha sostenuto una grande riorganizzazione della magistratura, in particolare attraverso la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e modifiche ai meccanismi istituzionali che ne regolano l’organizzazione. I suoi sostenitori sostengono che l’obiettivo sia rafforzare l’imparzialità, chiarire le funzioni giudiziarie e rendere più trasparente la responsabilità dei diversi attori. I suoi oppositori vedono un rischio diverso: indebolire l’indipendenza della magistratura e modificare l’equilibrio costituzionale tra i poteri dello Stato.

Questa opposizione non può essere ridotta a uno scontro tra un governo riformatore e una magistratura conservatrice. La questione è molto più profonda. In tutte le democrazie costituzionali, la magistratura occupa una posizione particolare perché deve poter sottoporre a controllo l’azione dello Stato rimanendo essa stessa soggetta alla legge. Qualsiasi riforma della magistratura modifica quindi potenzialmente l’equilibrio tra efficacia, indipendenza, responsabilità e separazione dei poteri.

In Italia, questa questione possiede anche una particolare storia politica. I rapporti tra classe politica e magistratura sono stati profondamente plasmati da decenni di lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, seguiti da conflitti istituzionali che hanno accompagnato diversi governi. La magistratura non è quindi percepita semplicemente come un’istituzione tecnica. Fa parte della storia politica contemporanea del Paese.

Il governo Meloni ha posto questa riforma al centro del proprio progetto di modernizzazione istituzionale. Ma una delle principali difficoltà è emersa quando le proposte hanno incontrato il processo referendario. Il referendum costituzionale tenutosi nel 2026 ha infine respinto la riforma giudiziaria, compresa la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. Il risultato ha rappresentato una battuta d’arresto politica per l’esecutivo, ma non ha compromesso la stabilità del governo.

Il significato del risultato va oltre il contenuto giuridico della riforma. Ci ricorda che la stabilità di Meloni non significa che il governo controlli interamente l’agenda istituzionale. L’esecutivo può proporre, il Parlamento può votare, ma le procedure costituzionali possono aprire uno spazio specifico all’elettorato. La riforma diventa allora una prova di legittimità popolare.

Per Meloni, la sconfitta referendaria è tanto più significativa perché riguarda precisamente uno degli ambiti nei quali cercava di lasciare un’eredità duratura. La politica economica può produrre risultati gradualmente e talvolta reversibili. La riforma istituzionale, al contrario, modifica le regole del gioco politico. Rappresenta quindi una forma più elevata di potere politico, ma anche un rischio maggiore per coloro che la promuovono.

Il governo ha tuttavia dimostrato di poter continuare a funzionare dopo la battuta d’arresto. Anche questa è una differenza importante rispetto ai governi italiani più fragili. In un sistema caratterizzato da frequenti cadute degli esecutivi, una grave sconfitta istituzionale avrebbe potuto talvolta provocare una crisi di governo. Sotto Meloni, la maggioranza ha assorbito lo shock e ha proseguito il proprio mandato. Il referendum ha quindi indebolito il progetto di riforma senza necessariamente indebolire la sopravvivenza del governo.

Questa distinzione tra sopravvivenza del governo e successo programmatico diventa una delle chiavi per comprendere l’intera esperienza di Meloni.

32. Il progetto per un esecutivo più forte

L’altro grande pilastro della riforma istituzionale riguarda la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri. Da anni, il dibattito italiano si concentra sulla relativa debolezza dell’esecutivo e sui frequenti cambiamenti delle maggioranze di governo. L’idea di rafforzare la legittimità del capo del governo risponde a una vecchia frustrazione: gli elettori possono scegliere una maggioranza parlamentare senza avere la certezza che la persona sostenuta durante la campagna elettorale rimarrà effettivamente alla guida del governo per tutta la legislatura.

Meloni ha cercato di affrontare questa debolezza attraverso un progetto destinato a rafforzare la stabilità dell’esecutivo e la legittimità politica del Presidente del Consiglio. L’obiettivo generale era avvicinare il voto parlamentare a una scelta più diretta dell’esecutivo senza trasformare formalmente l’Italia in un sistema presidenziale.

Ma questo progetto di premierato ha incontrato significativi ostacoli politici e istituzionali. Alla fine dell’estate 2026, la proposta che consentiva l’elezione diretta del Presidente del Consiglio era avanzata al Senato senza completare tutte le fasi necessarie. Rimane quindi una delle principali riforme costituzionali di Meloni la cui attuazione non è ancora conclusa.

A questo contesto deve ora essere aggiunto un importante sviluppo: il 15 settembre 2026, il Senato ha approvato una riforma elettorale con 113 voti favorevoli e 71 contrari. Il disegno di legge prevede un sistema proporzionale combinato con un premio di maggioranza per le alleanze che ricevono più del 42% dei voti e abolisce l’attuale sistema misto. Prevede inoltre che le alleanze dichiarino il proprio candidato alla Presidenza del Consiglio prima delle elezioni. Il disegno di legge deve ancora tornare alla Camera dei Deputati per l’approvazione definitiva.

Questo sviluppo modifica significativamente il contesto nel quale deve essere analizzata la riforma dell’esecutivo. Sebbene il premierato e la riforma elettorale non siano la stessa riforma, rispondono a una preoccupazione comune: creare un rapporto più diretto tra il risultato elettorale, la formazione di una maggioranza e l’identità del capo del governo.

Questa ambizione tocca tuttavia un equilibrio costituzionale particolarmente delicato. Il sistema italiano non si basa sull’elezione diretta del capo dell’esecutivo. Il Presidente della Repubblica conserva un ruolo centrale nella formazione dei governi e nella tutela della continuità istituzionale. Il Parlamento rimane al centro del sistema. Rafforzare la legittimità del Presidente del Consiglio significa quindi modificare il rapporto tra diverse istituzioni, non semplicemente cambiare una procedura elettorale.

Il problema politico riguarda anche la permanenza. Una riforma che rafforzi il capo del governo può apparire attraente quando l’esecutivo è stabile e popolare. Ma una Costituzione deve funzionare anche quando cambia la maggioranza, quando l’opposizione arriva al potere o quando il capo del governo diventa impopolare. È per questo che le riforme istituzionali devono essere giudicate non soltanto sulla base dei loro effetti immediati, ma anche sulla base dei poteri che conferiscono ai governi futuri.

Questa questione è particolarmente importante nel caso di Meloni perché il suo stesso governo costituisce il più forte argomento contro una parte della diagnosi che ha giustificato la riforma. Ha dimostrato che un Presidente del Consiglio può già possedere una considerevole stabilità senza una grande riforma costituzionale. Il governo Meloni è sopravvissuto grazie alla propria maggioranza parlamentare, alla disciplina della coalizione, alla capacità negoziale e al rapporto con l’elettorato.

Si pone quindi la domanda: se l’attuale sistema ha permesso a Meloni di governare per un periodo prolungato, quale preciso problema istituzionale deve ancora risolvere la riforma?

La risposta dei suoi sostenitori è che la stabilità attuale dipende troppo dalle qualità particolari della leader e della sua coalizione. Un’istituzione non dovrebbe dipendere da una personalità. Se l’Italia vuole superare definitivamente il ciclo dei governi di breve durata, deve creare regole che rendano la stabilità più probabile indipendentemente da chi occupi Palazzo Chigi.

I suoi oppositori offrono esattamente la risposta opposta. Sostengono che la stabilità può essere raggiunta attraverso la politica stessa, senza un’ulteriore concentrazione costituzionale del potere. Se una maggioranza coerente può governare per quattro anni, allora la presunta debolezza del sistema potrebbe non essere più significativa come un tempo.

Il dibattito quindi va oltre Meloni. Riguarda una questione classica della scienza politica: le istituzioni dovrebbero essere rafforzate per compensare governi deboli oppure i controlli e i contrappesi dovrebbero essere preservati per impedire che un governo stabile diventi troppo potente?

33. Il Parlamento tra stabilità e disciplina della maggioranza

La stabilità della maggioranza Meloni ha modificato anche il rapporto tra governo e Parlamento. Quando le coalizioni sono fragili, il Parlamento può diventare l’arena nella quale viene decisa la sopravvivenza del governo. Ogni voto importante può provocare una crisi. Al contrario, quando una maggioranza è solida, il Parlamento rischia di diventare più che altro un meccanismo per tradurre il programma del governo in legislazione.

Questa situazione non è propria esclusivamente dell’Italia. Tutte le democrazie parlamentari sperimentano questa tensione tra disciplina della maggioranza e autonomia parlamentare. Ma assume un’importanza particolare in un Paese nel quale i governi sono stati storicamente di breve durata. La stabilità può rafforzare l’efficacia dell’esecutivo, ma può anche ridurre la necessità politica di negoziare con i gruppi parlamentari.

Il vero indicatore della qualità istituzionale non è quindi semplicemente il numero delle leggi adottate. È necessario esaminare anche la qualità del dibattito parlamentare, il ruolo delle commissioni, la capacità dei parlamentari della maggioranza di modificare la legislazione, la trasparenza delle procedure e la capacità dell’opposizione di esercitare un controllo effettivo.

È qui che la stabilità può produrre due effetti contraddittori. Può migliorare la governabilità riducendo le crisi e consentendo al governo di pianificare. Ma può anche favorire una graduale concentrazione del potere attorno all’esecutivo se la maggioranza parlamentare diventa principalmente un meccanismo di sostegno automatico.

Il fenomeno merita un’attenta osservazione. Una maggioranza disciplinata non è necessariamente una democrazia meno pluralista. In un sistema parlamentare, gli elettori affidano esplicitamente a una coalizione la responsabilità di governare. La disciplina parlamentare è quindi normale. Il problema nasce quando la maggioranza diventa incapace di controllare il proprio governo o quando le procedure parlamentari vengono sistematicamente utilizzate per ridurre lo spazio della deliberazione.

Per Meloni, questa questione possiede un’ulteriore dimensione. Il suo partito, Fratelli d’Italia, ha attraversato una rapida trasformazione, passando da una forza politica radicata nella destra radicale al principale componente di un grande governo europeo. La disciplina dei suoi parlamentari è quindi anche un indicatore della maturità istituzionale di questa nuova destra.

L’esperienza italiana permette qui di distinguere tra due forme di potere. La prima è il potere elettorale, che consente a un partito di conquistare una maggioranza. La seconda è il potere istituzionale, che consiste nel trasformare quella maggioranza in regole durature. Meloni ha dimostrato chiaramente la prima. La seconda è ancora in costruzione.

34. Autonomia regionale e questione dell’unità nazionale

La riforma territoriale costituisce un altro grande campo di confronto. La coalizione di Meloni riunisce tradizioni politiche differenti. Fratelli d’Italia porta con sé una concezione fortemente nazionale dello Stato, mentre la Lega di Matteo Salvini ha una lunga storia di sostegno all’autonomia regionale, in particolare nel Nord. Il governo deve quindi mantenere un equilibrio tra due aspirazioni che non sono sempre naturalmente compatibili: rafforzare la coesione nazionale e aumentare i poteri delle regioni.

Il progetto dell’autonomia differenziata risponde a una richiesta di lunga data volta a consentire ad alcune regioni di esercitare maggiori poteri in diversi ambiti. I suoi sostenitori sostengono che i territori dotati di capacità amministrative più forti dovrebbero poter gestire un numero maggiore di politiche pubbliche e assumere una responsabilità maggiore per il proprio sviluppo. I suoi oppositori temono che tale evoluzione possa approfondire il divario tra le regioni più ricche del Nord e quelle meno avvantaggiate del Sud.

Ma il progetto ha già incontrato significativi limiti costituzionali. Una parte della legge sull’autonomia differenziata è stata contestata dalla Corte costituzionale, riducendo la portata dell’architettura inizialmente prevista dal governo. L’autonomia differenziata non può quindi più essere considerata un progetto istituzionale che avanza senza vincoli: è ora inquadrata dai limiti stabiliti dalla giurisprudenza costituzionale.

Il dibattito si collega direttamente alle questioni demografiche esaminate nella Parte IV. Un decentramento mal concepito potrebbe approfondire le differenze nella capacità amministrativa e nella qualità dei servizi. Ma un’eccessiva centralizzazione potrebbe anch’essa impedire ai territori di rispondere efficacemente alle proprie esigenze.

L’Italia deve quindi risolvere una contraddizione istituzionale che attraversa tutta la sua storia repubblicana. Come riconoscere le differenze territoriali senza creare due sistemi sociali di fatto? Come consentire una maggiore autonomia senza compromettere l’uguaglianza tra i cittadini? Come premiare l’efficienza amministrativa senza abbandonare le regioni che dispongono di minori risorse?

La risposta richiede necessariamente la definizione di livelli essenziali di servizi garantiti in tutto il Paese. Senza tali garanzie, l’autonomia rischia di trasformare una differenza economica in una differenza nei diritti effettivi. Una regione più ricca potrebbe offrire servizi migliori, attrarre un numero maggiore di lavoratori qualificati e rafforzare ulteriormente il proprio vantaggio. Il meccanismo diventerebbe cumulativo.

Per Meloni, questa questione possiede anche una dimensione politica. Il suo governo deve mantenere l’unità della coalizione. La Lega ha interesse a far avanzare l’autonomia regionale; Fratelli d’Italia deve preservare la propria immagine di partito nazionale; Forza Italia svolge un ruolo intermedio. La riforma territoriale diventa quindi una prova della capacità della coalizione di conciliare diverse visioni dello Stato. Ancora una volta, la stabilità di governo non ha eliminato il conflitto. Ha semplicemente permesso di contenerlo.

35. Lo Stato di diritto come criterio di misura

Al centro, la vera questione istituzionale che il governo Meloni deve affrontare non è se l’Italia debba avere un governo forte o un governo debole. È che cosa significhi un governo forte in una democrazia costituzionale.

Un governo forte è capace di prendere decisioni, approvare il proprio bilancio, attuare il proprio programma e rispondere alle crisi. Ma deve anche accettare i limiti imposti dalla Costituzione, dai tribunali, dal Parlamento, dalle istituzioni europee e dai diritti fondamentali. La forza dell’esecutivo non si misura quindi dalla sua capacità di sfuggire ai controlli e ai contrappesi. Si misura dalla sua capacità di agire efficacemente all’interno di tali vincoli.

Questa definizione è particolarmente importante in Italia perché la trasformazione di Meloni è stata accompagnata proprio dal desiderio di una normalizzazione istituzionale. Quando era all’opposizione, poteva denunciare il sistema politico dall’esterno. Una volta al governo, ha dovuto dimostrare che la sua concezione della sovranità nazionale poteva operare all’interno dell’architettura costituzionale italiana ed europea.

Il suo bilancio è quindi misto. Su alcune questioni ha dimostrato una notevole capacità di adattamento. Su altre, la resistenza istituzionale ha limitato le sue ambizioni. La riforma giudiziaria e i progetti destinati a trasformare l’esecutivo illustrano questa difficoltà. Il governo dispone di tempo e di una maggioranza, ma le regole fondamentali della Repubblica non cambiano semplicemente perché una coalizione ha vinto un’elezione.

La riforma elettorale approvata dal Senato il 15 settembre 2026 aggiunge un’altra dimensione a questa equazione. Se sarà definitivamente approvata dalla Camera dei Deputati, potrebbe modificare sostanzialmente il rapporto tra voto popolare, alleanze elettorali e formazione di una maggioranza parlamentare. Non costituisce di per sé una rifondazione costituzionale del regime, ma potrebbe influenzare profondamente il modo in cui le future elezioni produrranno una maggioranza di governo.

Forse è qui che si trova la principale lezione istituzionale dei quattro anni di Meloni. La stabilità dà al potere il tempo; non gli conferisce un potere illimitato. Questa distinzione protegge precisamente la democrazia dall’idea che una maggioranza duratura possa trasformarsi in un’autorità senza limiti.

Il risultato è paradossale ma sano. Meloni ha dimostrato che una destra radicata in tradizioni a lungo considerate marginali può governare l’Italia per un periodo prolungato senza produrre la rottura istituzionale prevista da alcuni dei suoi oppositori. Ma non ha dimostrato che la stabilità richieda necessariamente una maggiore concentrazione costituzionale del potere. I cittadini, i tribunali e i meccanismi costituzionali hanno continuato a imporre dei limiti.

La vera valutazione della riforma dello Stato deve quindi essere misurata non soltanto attraverso i testi adottati, ma anche attraverso ciò che le istituzioni italiane hanno resistito a diventare. La Repubblica ha permesso a Meloni di governare a lungo; le ha anche ricordato che la durata non significa rifondazione.

E questa distinzione conduce direttamente alla questione europea. Il potere italiano non viene più esercitato all’interno di uno spazio nazionale chiuso. Una parte sostanziale delle decisioni economiche, migratorie, energetiche, commerciali e regolamentari viene oggi presa all’interno di un’architettura europea nella quale Roma deve negoziare con Bruxelles, Berlino, Parigi e le altre capitali. Per comprendere fino a che punto Giorgia Meloni abbia realmente trasformato l’Italia, dobbiamo quindi lasciare temporaneamente Palazzo Chigi e guardare verso l’altro centro di potere che condiziona sempre più la sua azione: l’Unione Europea.

L’ITALIA E L’EUROPA: DALLA CONTESTAZIONE ALL’INFLUENZA

36. Bruxelles non è più l’avversario che denunciava

C’è, nella traiettoria europea di Giorgia Meloni, un paradosso che merita maggiore attenzione rispetto alle dichiarazioni spettacolari dei suoi primi anni. La leader che aveva costruito una parte della propria ascesa politica sulla critica di un’Europa giudicata troppo burocratica, troppo lontana dalle nazioni e troppo debole nella difesa delle proprie frontiere è diventata, una volta insediatasi a Palazzo Chigi, una delle figure politiche più importanti dell’Unione europea. Non ha abbandonato l’idea di un’Europa più sovrana, più protettiva delle proprie frontiere e maggiormente attenta agli interessi nazionali. Ma ha progressivamente compreso che il modo migliore per modificare l’Europa non consiste necessariamente nel ritirarsene o nel combatterla frontalmente. Può anche consistere nell’occupare il suo centro di gravità.

Questa evoluzione è uno degli aspetti più significativi della normalizzazione di Meloni. Il suo governo non ha scelto lo scontro sistematico con Bruxelles che alcuni osservatori avevano previsto. Al contrario, ha cercato di mantenere una relazione funzionale con le istituzioni europee, in particolare sulle finanze pubbliche, sul Piano nazionale di ripresa e resilienza, sulla politica migratoria, sull’energia e sui grandi dossier geopolitici. Questa strategia non ha trasformato Meloni in una federalista europea. Ha piuttosto prodotto una forma di conservatorismo europeo pragmatico: difendere una concezione più forte della sovranità nazionale utilizzando al tempo stesso le istituzioni comuni quando queste servono gli interessi italiani.

Il cambiamento è considerevole rispetto al periodo in cui Fratelli d’Italia si trovava all’opposizione. In quella fase, la critica a Bruxelles costituiva un elemento importante del discorso della destra sovranista. Una volta al potere, la realtà economica ha imposto una logica diversa. L’Italia rimane una delle principali economie dell’area euro, ma anche uno degli Stati più indebitati dell’Unione. Non può quindi permettersi un confronto permanente con i mercati, la Commissione europea e la Banca centrale europea. La credibilità europea è diventata una componente diretta della credibilità finanziaria italiana.

Questo vincolo spiega in parte la prudenza di Meloni. Il suo governo ha accettato il quadro di bilancio europeo cercando al tempo stesso di ottenere maggiore flessibilità per finanziare alcune priorità. Ha mantenuto il dialogo con la Commissione e ha cercato di presentare l’Italia come un partner costruttivo piuttosto che come uno Stato ribelle. Il paradosso è che questa strategia ha offerto a Meloni un’influenza europea superiore a quella che avrebbe probabilmente prodotto uno scontro permanente.

La politica europea di Meloni si basa quindi sulla distinzione tra contestare alcuni orientamenti dell’Unione e contestare l’Unione stessa. Questa distinzione è diventata centrale nella trasformazione della destra europea. Consente a un governo nazionalista o conservatore di difendere la sovranità senza necessariamente adottare una strategia di rottura.

37. La scommessa europea del PNRR

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è probabilmente il migliore esempio di questa evoluzione. L’Italia è il principale beneficiario del programma europeo di rilancio post pandemico e dispone di una dotazione dell’ordine di 194 miliardi di euro, considerando insieme sovvenzioni e prestiti. Questa somma rappresenta un’occasione eccezionale per modernizzare le infrastrutture, le amministrazioni, le reti digitali, l’energia, i trasporti, l’istruzione e una parte del tessuto produttivo.

Ma costituisce anche una prova politica formidabile. Ricevere i fondi non equivale a utilizzarli efficacemente. Le risorse europee sono legate a obiettivi, scadenze e riforme. L’Italia deve quindi dimostrare di possedere la capacità amministrativa necessaria per trasformare una massa finanziaria eccezionale in investimenti produttivi.

Per Meloni, il PNRR possiede una doppia dimensione. Rappresenta innanzitutto un’opportunità economica. In un’economia la cui crescita strutturale rimane debole, l’investimento pubblico può sostenere l’attività e migliorare le infrastrutture. Ma rappresenta anche una questione di credibilità politica. Se l’Italia non riuscisse a utilizzare correttamente queste risorse, il fallimento non sarebbe soltanto contabile. Alimenterebbe l’idea secondo cui il paese dispone di risorse considerevoli, ma soffre di una debolezza cronica del proprio apparato amministrativo.

Il governo ha quindi cercato di accelerare l’esecuzione dei progetti e di mantenere un dialogo stretto con Bruxelles. Questa cooperazione è rivelatrice della nuova postura di Roma. L’Italia non considera più necessariamente l’Unione come un’istituzione che impone vincoli dall’esterno. La considera anche come una fonte di capitale, norme, infrastrutture e potenza collettiva che il governo deve imparare a sfruttare.

La difficoltà rimane tuttavia quella dell’esecuzione. I fondi europei non creano automaticamente produttività. Una nuova infrastruttura ferroviaria può ridurre i costi di trasporto, ma soltanto se viene effettivamente costruita e integrata in una rete coerente. Un’amministrazione digitalizzata può ridurre i tempi, ma soltanto se le procedure vengono realmente semplificate. Una politica energetica può migliorare la sicurezza degli approvvigionamenti, ma soltanto se gli investimenti aumentano effettivamente la capacità produttiva.

Il PNRR rivela quindi una verità più generale sull’Italia. Il paese non soffre necessariamente di una mancanza di risorse finanziarie o di competenze individuali. Soffre maggiormente della difficoltà a coordinare le istituzioni, accelerare le procedure e trasformare gli investimenti in guadagni duraturi di produttività. Per questo l’attuazione del PNRR è anche una prova di riforma dello Stato.

Il successo o il fallimento del programma peserà quindi direttamente sul giudizio storico sul governo Meloni. Una generazione politica potrebbe lasciare dietro di sé decine di miliardi di euro spesi, oppure una modernizzazione strutturale del paese. Le due cose non sono equivalenti.

38. Una relazione pragmatica con Ursula von der Leyen

La relazione tra Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen illustra anch’essa questa evoluzione. Le due leader appartengono a famiglie politiche differenti, ma hanno progressivamente costruito una relazione di lavoro. Questa vicinanza non ha eliminato i disaccordi. Ha dimostrato che l’Unione europea funziona spesso meno attraverso affinità ideologiche che attraverso coalizioni variabili intorno a dossier specifici.

Meloni ha compreso che il proprio peso europeo dipendeva dalla capacità di costruire alleanze. L’Italia non possiede, da sola, la capacità di definire l’agenda europea. Deve quindi lavorare con altri Stati, con le istituzioni e con le diverse famiglie politiche del Parlamento europeo.

Questa strategia è particolarmente evidente sulla migrazione. Roma è riuscita a spostare una parte del dibattito europeo verso il rafforzamento delle frontiere esterne, i partenariati con i paesi di transito e la cooperazione con gli Stati africani. Anche quando non tutte le proposte italiane sono state accolte, la capacità di spostare il centro del dibattito costituisce già una forma di influenza.

Meloni ha inoltre beneficiato di un contesto europeo favorevole ad alcune delle sue posizioni. La guerra in Ucraina, le tensioni energetiche, l’aumento delle preoccupazioni in materia di sicurezza e le pressioni migratorie hanno rafforzato il ruolo delle questioni relative alla sovranità e alla sicurezza nell’agenda europea. Diversi temi un tempo considerati principalmente appartenenti alla destra nazionale sono diventati questioni comuni ai governi di tutta l’Unione.

Questa evoluzione ha facilitato la normalizzazione di Meloni. Quando una Prima ministra proveniente dalla destra radicale difende il rafforzamento della difesa europea, il sostegno all’Ucraina, la protezione delle frontiere o la diversificazione energetica, si ritrova talvolta su posizioni vicine a quelle di governi tradizionalmente centristi. Il contenuto delle politiche conta allora più della storia ideologica della leader.

Ma questa normalizzazione possiede una contropartita. Più Meloni diventa centrale nella politica europea, più deve arbitrare tra il proprio elettorato nazionale e i compromessi necessari a livello europeo. Una leader può promettere di difendere la sovranità italiana durante una campagna elettorale. Una volta seduta al tavolo europeo, deve accettare compromessi con altri ventisei governi e con le istituzioni comuni.

Questa differenza tra discorso nazionale e pratica europea costituisce uno degli elementi più interessanti del bilancio di Meloni. Non significa necessariamente contraddizione o tradimento. Può al contrario rivelare la trasformazione di una forza politica quando passa dall’opposizione al governo. Il potere impone arbitraggi che l’opposizione può ignorare.

39. Meloni dopo Draghi

Per comprendere la posizione europea di Meloni occorre anche tornare a Mario Draghi. Prima di lei, Draghi aveva incarnato una forma diversa di leadership italiana: tecnocratica, profondamente integrata nelle reti europee e internazionali, particolarmente credibile agli occhi dei mercati e delle istituzioni finanziarie. Meloni gli è succeduta con un’identità politica radicalmente diversa.

Eppure, su alcune questioni fondamentali, esiste una continuità. Entrambi i governi hanno ritenuto che l’Italia dovesse rimanere al centro dell’Unione europea e dell’alleanza atlantica. Entrambi hanno attribuito particolare importanza alla credibilità finanziaria. Entrambi hanno compreso che l’influenza italiana dipende in larga misura dalla capacità del paese di essere considerato un partner affidabile.

La differenza risiede maggiormente nel linguaggio politico e nelle priorità. Draghi rappresentava la tecnocrazia europea e la gestione delle crisi. Meloni rappresenta una destra nazionale che cerca di utilizzare le istituzioni europee senza necessariamente adottarne la filosofia federalista. Là dove Draghi incarnava la fiducia nelle istituzioni europee, Meloni cerca maggiormente di orientarle.

Questa evoluzione è importante perché indica che l’alternanza politica in Italia non ha necessariamente prodotto una rottura strategica. Il cambiamento di governo non ha portato Roma ad abbandonare i principali orientamenti europei e atlantici. Ha piuttosto modificato il modo in cui l’Italia difende i propri interessi.

Il passaggio da Draghi a Meloni può quindi essere letto come un’esperienza politica particolare: una destra sovranista entra al governo senza rinunciare ai principali ancoraggi internazionali del paese. La questione non è più sapere se possa governare contro l’Europa, ma se possa governare all’interno dell’Europa cercando al tempo stesso di modificarne l’equilibrio politico.

40. L’Italia vuole diventare il terzo pilastro

Questa ambizione emerge chiaramente nella volontà di Meloni di rafforzare la posizione dell’Italia tra Francia e Germania. Per decenni, il motore politico dell’Unione è stato ampiamente associato alla coppia franco tedesca. Ma le crisi successive hanno mostrato i limiti di un’Europa guidata esclusivamente da due capitali.

Meloni cerca di fare di Roma un terzo centro di gravità. Questa ambizione si basa su diversi elementi: il peso economico italiano, la sua posizione geografica, la capacità industriale, il ruolo mediterraneo, l’importanza energetica, il rapporto con il Nord Africa e la posizione all’interno del G7.

La strategia non consiste necessariamente nella sostituzione della coppia franco tedesca. Si tratta piuttosto di costruire un triangolo politico più equilibrato nel quale l’Italia possa esercitare maggiore influenza sulle grandi decisioni europee.

Questa ambizione incontra tuttavia diversi ostacoli. L’economia italiana rimane meno dinamica di quella di alcune altre grandi economie europee. Il debito pubblico limita i margini di bilancio. Le tensioni politiche interne possono ridurre la capacità di Roma di parlare con una sola voce. Infine, l’influenza europea dipende meno dal peso nominale di un paese che dalla sua capacità di costruire coalizioni.

Meloni ha tuttavia compreso un principio fondamentale del potere europeo: una grande capitale è influente soltanto quando sa rendere i propri interessi compatibili con quelli degli altri. Ciò è particolarmente evidente nei dossier mediterranei. L’Italia può convincere diversi partner che la stabilità del Nord Africa, la riduzione delle migrazioni irregolari, la sicurezza energetica e la crescita africana sono anch’essi interessi europei.

La geografia diventa allora uno strumento diplomatico.

Roma può presentare il Mediterraneo non come una frontiera periferica dell’Europa, ma come uno dei suoi futuri centri strategici. Questa concezione si collega direttamente al Piano Mattei e alla politica africana del governo.

41. Un’Europa più geopolitica

L’aumento delle tensioni internazionali ha inoltre trasformato l’ambiente nel quale Meloni esercita il proprio potere. L’Unione europea non è più soltanto un mercato interno e uno spazio normativo. Cerca progressivamente di diventare un attore geopolitico capace di rispondere alla guerra in Ucraina, alle tensioni con la Russia, alle dipendenze energetiche, alle rivalità commerciali e tecnologiche e all’evoluzione dei rapporti di potere mondiali.

Questa trasformazione corrisponde a diverse delle priorità di Meloni. Un’Europa che protegge le proprie frontiere, sviluppa la propria difesa, diversifica i propri approvvigionamenti energetici e rafforza i partenariati con l’Africa è un’Europa che in parte si avvicina alla sua concezione di una potenza europea più autonoma.

Ma l’autonomia europea non significa per questo una rottura con gli Stati Uniti. Anche su questo punto, Meloni si è distinta per una posizione più atlantista di quanto lasciassero prevedere alcune delle sue posizioni storiche. Il governo italiano ha mantenuto una relazione stretta con Washington e ha confermato l’importanza della NATO.

Questa combinazione è al centro della dottrina europea di Meloni: maggiore potenza europea senza abbandonare l’alleanza transatlantica. Può sembrare contraddittoria se si considera l’autonomia strategica come un’alternativa agli Stati Uniti. Diventa più coerente se la si comprende come la volontà dell’Europa di disporre di capacità proprie mantenendo al tempo stesso l’alleanza con Washington.

L’Italia può svolgere un ruolo importante in questa architettura perché possiede un duplice orientamento. Appartiene pienamente al mondo occidentale e atlantico, ma guarda direttamente verso il Mediterraneo e l’Africa. Può quindi fungere da ponte tra due spazi strategici.

Questa posizione potrebbe diventare una delle principali eredità geopolitiche di Meloni se si confermerà nel tempo. Ma dipenderà dalla capacità dell’Italia di tradurre la propria influenza diplomatica in capacità economiche, industriali, militari ed energetiche.

42. L’Europa come specchio del bilancio Meloni

Dopo quattro anni di governo, la politica europea di Giorgia Meloni presenta quindi una caratteristica essenziale: è stata meno rivoluzionaria di quanto temessero i suoi avversari e più trasformativa di quanto talvolta riconoscano i suoi critici.

Non ha ritirato l’Italia dal quadro europeo. Non ha rotto con l’euro. Non ha trasformato Roma in una capitale ostile a Bruxelles. Al contrario, ha integrato i vincoli europei nella propria strategia di governo. Ma questa integrazione non significa accettazione passiva del modello europeo esistente. Meloni cerca di spostare le priorità dell’Unione verso la sicurezza, le frontiere, la competitività, l’energia, l’industria e la dimensione geopolitica.

È precisamente questa combinazione che spiega la sua posizione attuale nella destra europea. Offre una via diversa dall’euroscetticismo classico. Suggerisce che un governo nazionale conservatore può rimanere pienamente integrato nelle istituzioni europee cercando al tempo stesso di riorientarle.

Il successo di questa strategia rimane tuttavia condizionato dai risultati ottenuti in Italia. Un’influenza europea duratura non può compensare indefinitamente una crescita debole, una produttività stagnante, un debito elevato o un deterioramento dei servizi pubblici. La politica estera ed europea può accrescere il prestigio di un governo, ma non sostituisce la trasformazione dell’economia nazionale.

È qui che il bilancio ritrova il proprio filo conduttore. Meloni ha ottenuto ciò che molti governi italiani non erano riusciti a ottenere: tempo. Ha utilizzato questo tempo per stabilizzare le finanze, rafforzare la posizione internazionale di Roma, modificare il dibattito migratorio e inserire l’Italia in una nuova geografia politica europea. Ma i risultati interni rimangono più difficili da misurare.

La fase successiva della nostra analisi deve quindi ampliare ulteriormente il quadro. L’Italia di Meloni non può essere compresa soltanto attraverso Bruxelles. Deve essere osservata da Washington, dalla NATO, dall’Ucraina, dal Mediterraneo e ormai dall’insieme dei rapporti di potere che si stanno ricomponendo intorno all’Europa. Perché se Meloni vuole fare dell’Italia un terzo pilastro europeo, deve anche dimostrare che Roma può diventare una potenza mediterranea capace di parlare simultaneamente a Washington, Bruxelles, all’Africa e al mondo arabo.

È in questo spazio che si giocherà la prossima fase del suo progetto: l’Italia come potenza atlantica, europea e mediterranea.

WASHINGTON, NATO, UCRAINA E MEDITERRANEO: LA NUOVA POLITICA DI POTENZA DI ROMA

La ritrovata stabilità interna dell’Italia ha progressivamente prodotto un altro effetto, meno visibile nel dibattito nazionale ma molto più importante per comprendere la traiettoria di Giorgia Meloni: ha dato a Roma la possibilità di condurre una politica estera con una continuità che i precedenti governi italiani non sempre erano riusciti a mantenere. Dal suo arrivo al potere nell’ottobre 2022, Meloni ha cercato di collocare l’Italia su una linea chiaramente europea e atlantica, sviluppando al tempo stesso una concezione più affermata del Mediterraneo come spazio centrale della sicurezza nazionale. Questo orientamento ha portato il suo governo a sostenere l’Ucraina, a mantenere l’impegno italiano nella NATO, a rafforzare le relazioni con Washington e ad attribuire crescente importanza al Nord Africa, al Medio Oriente e alle rotte energetiche che collegano il Mediterraneo al resto del mondo. Il risultato non è ancora quello di una grande potenza capace di determinare da sola l’agenda internazionale, ma quello di una potenza media che cerca di utilizzare meglio la propria geografia, la propria industria, le proprie forze armate, le proprie reti diplomatiche e la propria appartenenza simultanea all’Unione europea e all’Alleanza atlantica.

Questa evoluzione è tanto più significativa perché Giorgia Meloni era arrivata al potere con una reputazione internazionale molto più incerta. Il suo percorso politico, la sua appartenenza a una destra nazionale a lungo rimasta ai margini del consenso europeo e le posizioni adottate da Fratelli d’Italia prima del suo ingresso al governo avevano alimentato interrogativi sull’orientamento strategico dell’Italia. Una volta al potere, tuttavia, Meloni ha compiuto una scelta che merita di essere distinta dalla retorica elettorale: ha confermato l’ancoraggio europeo e atlantico di Roma e ha mantenuto il sostegno italiano all’Ucraina. Questa continuità ha contribuito a rassicurare diversi partner europei e i mercati, consentendo al tempo stesso all’Italia di recuperare una certa capacità di prevedibilità nelle grandi discussioni sulla sicurezza del continente. Gli osservatori che oggi sottolineano la prudenza e il pragmatismo del suo governo riconoscono precisamente questa trasformazione: la Meloni di governo si è rivelata molto più istituzionale e strategica di quanto lasciasse prevedere la Meloni dell’opposizione.

WASHINGTON: UNA RELAZIONE STRATEGICA CHE NON PUÒ PIÙ BASARSI SULLA VICINANZA PERSONALE

La relazione con gli Stati Uniti ha costituito uno degli strumenti essenziali di questa normalizzazione. Meloni aveva compreso che la credibilità internazionale dell’Italia dipendeva in parte dalla sua capacità di rimanere un partner affidabile di Washington senza dare l’impressione che Roma rinunciasse per questo alla propria autonomia europea. Questa equazione era particolarmente delicata dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, poiché i rapporti tra il presidente americano e i governi europei sono stati caratterizzati da profonde divergenze sulle spese militari, sulle relazioni commerciali, sull’Ucraina, sulla Russia, sull’Iran e persino sul futuro del sistema di sicurezza transatlantico. In questo contesto, la vicinanza ideologica iniziale tra Meloni e Trump aveva alimentato l’ipotesi di un ruolo particolare per Roma: quello di una capitale capace di comprendere Washington meglio di altri governi europei e di facilitare il dialogo tra le due sponde dell’Atlantico.

Questa ipotesi ha tuttavia perso gran parte della propria credibilità nel 2026. La relazione un tempo stretta tra Meloni e Trump si è fortemente deteriorata dopo che il presidente americano l’ha accusata pubblicamente, in primavera, di mancare di coraggio e di abbandonare gli Stati Uniti nel contesto della guerra contro l’Iran. Il problema va ormai oltre la dimensione personale. La crisi ha mostrato i limiti di una diplomazia fondata sulla vicinanza politica tra leader quando gli interessi strategici divergono. Ha soprattutto reso molto più difficile la pretesa di Roma di svolgere il ruolo di ponte privilegiato tra Washington e le capitali europee. La lezione per l’Italia è importante: in una relazione di potenza, l’influenza non può basarsi durevolmente sull’accesso personale a un presidente americano; deve essere sostenuta da interessi comuni, capacità proprie e una posizione istituzionale sufficientemente solida da resistere ai cambiamenti della congiuntura.

Questa nuova realtà impone a Meloni una politica più complessa della semplice vicinanza a Washington. L’Italia deve continuare a dialogare con gli Stati Uniti, perché la relazione transatlantica rimane fondamentale per la sua sicurezza e per quella dell’Europa, ma deve simultaneamente rafforzare le proprie capacità europee. Questa necessità emerge con particolare chiarezza nel dibattito sulla difesa. Nell’agosto 2026, Roma ha ufficialmente richiesto 8 miliardi di euro nell’ambito del meccanismo europeo SAFE destinato a sostenere le capacità di difesa degli Stati membri. L’Italia poteva aspirare a un importo massimo di 14,9 miliardi di euro nell’ambito di questo dispositivo, ma la decisione ha anche rivelato le tensioni interne alla coalizione, in particolare le riserve della Lega di Matteo Salvini. Questa situazione riassume una contraddizione più ampia: il governo Meloni vuole rafforzare la capacità strategica dell’Italia, ma deve farlo in un paese nel quale l’aumento delle spese militari rimane politicamente sensibile e nel quale il vincolo di bilancio limita fortemente il margine di manovra dello Stato.

LA NATO E LA RIDEFINIZIONE DELLA SICUREZZA ITALIANA

La NATO rimane, in questa architettura, il principale quadro di sicurezza dell’Italia. La guerra in Ucraina ha profondamente modificato la percezione europea dei rischi militari e ha riportato l’Alleanza atlantica al centro del dibattito strategico. Per Roma, questa realtà possiede una particolarità: l’Italia non si trova sul fianco orientale dell’Europa, ma occupa una posizione essenziale sul suo fianco meridionale. Il Mediterraneo, il Nord Africa, le rotte energetiche, le infrastrutture portuali, i cavi sottomarini, i flussi commerciali e i movimenti migratori fanno dello spazio mediterraneo una componente diretta della sicurezza italiana. La concezione italiana della difesa non può quindi essere limitata alla frontiera orientale dell’Alleanza. Deve anche tenere conto delle crisi che si sviluppano a sud dell’Europa e dei loro effetti sul continente.

Questa dimensione meridionale acquista ulteriore importanza man mano che le minacce contemporanee cessano di corrispondere alle categorie classiche della guerra. Le infrastrutture energetiche possono diventare obiettivi strategici, le reti digitali possono essere attaccate senza una dichiarazione di guerra, le operazioni di influenza possono perturbare le società europee e i droni possono trasformare rapidamente gli equilibri tattici. Nel settembre 2026, l’ambasciatore americano presso la NATO, Matthew Whitaker, ha sottolineato egli stesso la necessità per i membri dell’Alleanza di prendere sul serio le azioni ibride e la protezione delle infrastrutture critiche, in particolare quelle energetiche. Per l’Italia, questa evoluzione rafforza l’importanza del Mediterraneo e conferisce una nuova portata alla sua posizione geografica.

Il governo Meloni si trova quindi di fronte a una profonda trasformazione della stessa nozione di sicurezza nazionale. La difesa del territorio italiano non può più essere pensata soltanto attraverso le forze terrestri, navali e aeree. Comprende ormai la protezione dei porti, delle reti elettriche, delle infrastrutture energetiche, delle comunicazioni digitali, delle catene logistiche e dei corridoi marittimi. La strategia italiana deve inoltre integrare la sicurezza degli approvvigionamenti, la resilienza industriale e la capacità di produrre o acquisire rapidamente le attrezzature necessarie. La decisione di richiedere il finanziamento europeo SAFE mostra che Roma sta iniziando a inserire questa problematica in una logica europea, ma rivela anche una verità più fondamentale: la potenza militare italiana dipenderà sempre più dalla capacità dell’Europa di costruire una base industriale della difesa sufficientemente autonoma da non dipendere interamente dalle decisioni prese a Washington.

UCRAINA: IL TEST PIÙ DIFFICILE DELLA COERENZA STRATEGICA

Il sostegno all’Ucraina costituisce probabilmente il dossier che permette meglio di misurare la coerenza della politica estera di Meloni. Dal suo arrivo al potere, la Prima ministra italiana ha mantenuto una posizione favorevole al sostegno occidentale a Kyiv, nonostante le diverse sensibilità presenti nel proprio elettorato e le riserve espresse da alcuni membri della sua coalizione. Questa posizione ha rafforzato la sua credibilità presso diversi governi europei e l’ha allontanata dalle forze della destra radicale europea che chiedono una rottura con le sanzioni contro la Russia o una riduzione del sostegno militare all’Ucraina. La scelta non è tuttavia priva di costi. Interviene in un periodo nel quale le spese per la difesa aumentano, i prezzi dell’energia rimangono vulnerabili alle crisi internazionali e una parte dell’opinione pubblica italiana desidera che le risorse pubbliche siano maggiormente destinate ai problemi economici e sociali interni.

La difficoltà diventa ancora maggiore con l’evoluzione della politica americana. Nel settembre 2026, Donald Trump ha annunciato che i paesi europei potrebbero essere chiamati a rimborsare gli Stati Uniti per una parte degli aiuti militari e delle munizioni fornite all’Ucraina. Questa dichiarazione illustra una trasformazione più profonda della relazione transatlantica: Washington chiede ormai ai propri partner europei di sostenere una quota maggiore del costo della propria sicurezza. Per l’Italia, come per le altre grandi economie europee, il problema è al tempo stesso strategico e di bilancio. Roma deve mantenere il proprio impegno verso l’Ucraina, rispondere alle nuove esigenze della NATO, modernizzare le proprie forze e preservare allo stesso tempo una disciplina finanziaria già diventata uno dei tratti distintivi della politica di Meloni.

La guerra in Ucraina pone inoltre l’Italia di fronte a una questione che va oltre il solo conflitto: quale Europa della sicurezza vuole contribuire a costruire? Un’Europa che rimarrebbe essenzialmente dipendente dalle capacità americane oppure un’Europa capace di assumersi maggiormente la responsabilità della propria difesa mantenendo al tempo stesso l’alleanza con Washington? Meloni non ha mai scelto veramente tra questi due modelli. La sua politica cerca piuttosto di mantenere il legame transatlantico rafforzando al contempo la capacità europea. Questa posizione può apparire prudente, ma corrisponde alla realtà di un paese la cui sicurezza, economia e diplomazia sono profondamente integrate nello spazio europeo e atlantico. La vera questione non è quindi sapere se l’Italia debba scegliere tra Washington e Bruxelles, ma determinare fino a che punto possa aumentare la propria capacità d’azione senza indebolire l’alleanza dalla quale continua a dipendere.

IL MEDITERRANEO COME SPAZIO DI POTENZA

È tuttavia a sud che la politica estera di Meloni rivela forse la propria singolarità più netta. Dal suo arrivo al potere, il suo governo ha progressivamente sviluppato l’idea di un Mediterraneo allargato, comprendente non soltanto il bacino mediterraneo in senso geografico, ma anche il Nord Africa, il Sahel, il Medio Oriente e le rotte marittime che collegano queste regioni all’Europa. Questa visione conferisce coerenza strategica a diverse politiche che altrimenti potrebbero apparire frammentarie: controllo migratorio, relazioni con Tunisia e Libia, sicurezza energetica, cooperazione con l’Algeria, politica africana, Piano Mattei, sicurezza marittima e diplomazia europea.

La geografia italiana diventa qui uno strumento di potenza. La penisola si trova al punto d’incontro di diversi sistemi strategici che stanno attraversando simultaneamente profonde trasformazioni. Il gas arriva attraverso corridoi che collegano il Nord Africa all’Europa. Le rotte commerciali attraversano il Mediterraneo e i suoi accessi alle grandi vie marittime mondiali. Le crisi del Sahel hanno conseguenze migratorie e di sicurezza dirette per l’Europa meridionale. I conflitti in Medio Oriente influenzano i mercati dell’energia e la navigazione marittima. Le tensioni intorno allo stretto di Gibilterra, al canale di Suez e allo stretto di Hormuz ricordano regolarmente che la potenza europea dipende da rotte marittime situate talvolta a migliaia di chilometri dalle sue frontiere terrestri.

La crisi energetica del 2026 ha ulteriormente rafforzato questa percezione. L’11 settembre, il governo italiano ha annunciato nuove misure destinate ad accelerare i progetti nazionali di petrolio e gas per ridurre la dipendenza dalle importazioni. L’Italia produce circa 29 milioni di barili di petrolio greggio all’anno e circa 3 miliardi di metri cubi di gas naturale, volumi che coprono soltanto una piccola parte del suo fabbisogno. Il gas alimenta quasi la metà della produzione elettrica del paese, mentre la fattura energetica italiana potrebbe avvicinarsi ai 60 miliardi di euro nel 2026. Questa situazione mostra perché il Nord Africa e il Mediterraneo non possono essere considerati a Roma come semplici dossier diplomatici: sono direttamente collegati alla sicurezza economica del paese.

IL «MEDITERRANEO ALLARGATO» E LA NUOVA AMBIZIONE ITALIANA

La nozione di Mediterraneo allargato permette così di collegare i diversi elementi della politica internazionale di Meloni. L’Italia vuole essere presente in Europa, ma rifiuta di pensare il proprio interesse europeo senza tenere conto del Sud. Vuole rafforzare la NATO, ma desidera che l’Alleanza presti maggiore attenzione al proprio fianco meridionale. Sostiene l’Ucraina, ma deve anche gestire le conseguenze energetiche ed economiche della guerra. Vuole ridurre l’immigrazione irregolare, ma comprende che le relazioni con i paesi africani di origine e di transito costituiscono una componente indispensabile di questa politica. Cerca infine di aumentare la propria influenza in Africa, facendo al tempo stesso del Piano Mattei uno strumento di cooperazione economica e di proiezione internazionale.

Questa coerenza costituisce una delle evoluzioni più importanti della politica estera italiana sotto Meloni. Non significa che Roma disponga di tutti i mezzi necessari per realizzare le proprie ambizioni. L’Italia rimane confrontata con un debito pubblico molto elevato, una crescita debole e vincoli di bilancio che limitano la sua capacità di finanziare simultaneamente infrastrutture, difesa, transizione energetica e politiche sociali. Ma una potenza media non ha necessariamente bisogno di disporre dei mezzi di una superpotenza per aumentare la propria influenza. Deve sapere concentrare le proprie risorse là dove la propria posizione le conferisce un vantaggio comparativo.

L’Italia possiede precisamente questo vantaggio nello spazio mediterraneo. Dispone di un’industria diversificata, di imprese energetiche di dimensione internazionale, di una capacità navale significativa, di porti strategici, di una rete diplomatica articolata e di una posizione istituzionale privilegiata all’interno dell’Unione europea e della NATO. Il suo problema storico è stato meno l’assenza di vantaggi che la difficoltà a inserirli in una strategia sufficientemente stabile. La longevità del governo Meloni le offre per la prima volta da molto tempo la possibilità di trasformare questi vantaggi dispersi in una politica estera relativamente continua.

DALLA STABILITÀ POLITICA ALLA POTENZA STRATEGICA

È qui che il record di longevità governativa assume una dimensione che va ben oltre la politica interna. Un’amministrazione che dura permette di costruire partenariati, negoziare su più anni, sviluppare programmi energetici, investire nella difesa, mantenere una linea diplomatica e modificare progressivamente la percezione di un paese da parte dei suoi partner. Questo è uno degli argomenti più solidi a favore della stabilità rivendicata da Meloni. Ma tale stabilità possiede un valore strategico soltanto se produce una capacità d’azione superiore a quella che l’instabilità consentiva in precedenza.

Su questo terreno, il bilancio rimane intermedio. Meloni ha indiscutibilmente reso la politica estera italiana più leggibile. Ha mantenuto l’ancoraggio europeo e atlantico, sostenuto l’Ucraina, rafforzato le relazioni con diversi paesi africani e mediterranei e attribuito al Piano Mattei un ruolo centrale nella strategia internazionale di Roma. Ha inoltre contribuito a fare del Mediterraneo uno spazio politico prioritario per l’Italia. Ma il deterioramento della sua relazione con Trump ricorda bruscamente i limiti di questa strategia. L’Italia non può contare su una relazione privilegiata con Washington per aumentare la propria influenza in Europa, così come non può trasformare la propria sola posizione geografica in una potenza autonoma.

La fase successiva consiste quindi nel convertire la stabilità in capacità. Ciò significa un’industria della difesa più solida, infrastrutture energetiche più resilienti, una diplomazia africana capace di produrre risultati economici concreti, una politica europea sufficientemente ambiziosa da pesare sulle decisioni di Bruxelles e una relazione transatlantica fondata sulla reciprocità piuttosto che sulla vicinanza personale tra leader. La questione non è più sapere se Giorgia Meloni sia riuscita a fare dell’Italia un paese politicamente più stabile. Questo punto è ormai acquisito. La questione strategica diventa molto più esigente: questa stabilità consentirà a Roma di diventare una potenza europea più influente, capace di difendere i propri interessi tra Washington, Bruxelles, Kyiv, Mosca, Africa e Mediterraneo?

È in questa equazione che probabilmente risiede il vero significato internazionale del governo Meloni. L’Italia non possiede né la potenza militare degli Stati Uniti, né il peso economico della Cina, né le capacità finanziarie cumulate dell’Unione europea. Può tuttavia diventare un attore determinante negli spazi nei quali si incontrano diverse crisi. Il Mediterraneo, il Nord Africa, le rotte energetiche, la sicurezza marittima, l’Ucraina e la difesa europea costituiscono precisamente questi spazi di convergenza. Se Roma riuscirà a collegarli in una strategia duratura, il governo Meloni potrà lasciare dietro di sé qualcosa di più di un record di longevità. Potrebbe aver contribuito a ridefinire il posto dell’Italia nell’architettura strategica europea.

Ma questa ambizione si scontra ormai con una nuova realtà. La stabilità politica non garantisce più automaticamente il controllo del calendario internazionale. Le relazioni con Washington sono diventate più imprevedibili, la guerra in Ucraina rimane aperta, la sicurezza energetica resta vulnerabile, le spese militari aumentano e la competizione per l’influenza in Africa si intensifica. L’Italia dispone quindi di una finestra strategica, ma questa finestra non è indefinita. Meloni possiede ancora tempo politico, ma meno tempo strategico di quanto possa sembrare. La vera eredità del suo governo dipenderà dalla sua capacità di utilizzare gli anni di stabilità non per amministrare più a lungo, ma per costruire una potenza italiana sufficientemente coerente da sopravvivere al governo che l’avrà concepita.

IL PIANO MATTEI: L’AFRICA COME ORIZZONTE STRATEGICO DELL’ITALIA

La politica africana di Giorgia Meloni costituisce probabilmente uno degli ambiti nei quali la stabilità politica italiana cerca più chiaramente di trasformarsi in potenza strategica. Il Piano Mattei, presentato a Roma nel gennaio 2024 durante il Vertice Italia Africa, non è soltanto un programma di cooperazione allo sviluppo. Traduce un tentativo più ambizioso di riposizionare l’Italia al centro delle relazioni tra Europa, Mediterraneo e continente africano, associando sviluppo, energia, infrastrutture, formazione, agricoltura, salute, acqua, investimenti privati e sicurezza. Il governo italiano presenta ufficialmente questa architettura come una cooperazione «tra pari», destinata a rompere con le pratiche giudicate paternalistiche di alcune precedenti politiche europee. Ma dietro questa terminologia diplomatica si trova una realtà più profonda: per Roma, l’Africa è diventata uno spazio determinante della sicurezza energetica, della gestione delle rotte migratorie, della competitività industriale e della proiezione internazionale dell’Italia.

Il cambiamento di scala è ormai misurabile. Il dispositivo, lanciato inizialmente intorno a nove paesi pilota, è stato ampliato nel gennaio 2025 a cinque altri partner, portando il primo perimetro a quattordici paesi. Nel 2026, Roma ha annunciato una nuova estensione a quattro paesi aggiuntivi, Congo, Ruanda, Gabon e Zambia, portando la rete a diciotto paesi. La terza valutazione annuale del Piano, trasmessa al Parlamento italiano nel luglio 2026 e aggiornata al 30 giugno, riferisce di oltre 70 progetti avviati con i partner africani. Una mappatura pubblicata in agosto censiva da parte sua 76 progetti principali distribuiti tra diciotto paesi, in settori che vanno dall’acqua all’agricoltura, dall’energia alle infrastrutture, dal digitale alla formazione, dalla cultura alla sanità. Il numero conta meno del suo significato politico: il Piano Mattei è passato dalla fase di dottrina annunciata a quella di un’architettura operativa che cerca ormai di produrre una presenza italiana duratura in diversi spazi africani.

Questa evoluzione merita tuttavia di essere osservata con maggiore precisione di quanto consentano i discorsi ufficiali. Un numero elevato di progetti non significa automaticamente una trasformazione economica profonda, così come una moltiplicazione degli accordi non garantisce la loro realizzazione a lungo termine. Il vero indicatore di successo sarà la capacità di questi programmi di produrre infrastrutture funzionali, occupazione duratura, catene del valore locali, trasferimenti di competenze e investimenti sufficientemente solidi da modificare le relazioni economiche tra l’Italia e i paesi interessati. È precisamente su questo terreno che il Piano Mattei dovrà essere giudicato. La sua credibilità internazionale dipenderà meno dalla forza narrativa del suo lancio che dalla capacità di Roma di dimostrare, nel tempo, che la cooperazione annunciata produce risultati misurabili per le società africane così come per l’economia italiana.

L’ENERGIA AL CENTRO DELLA NUOVA GEOGRAFIA ITALIANA

La dimensione energetica costituisce uno degli elementi più strategici del dispositivo. L’Italia possiede una posizione geografica singolare nel sistema energetico europeo. Situata al centro del Mediterraneo, vicina al Nord Africa e collegata ai principali corridoi del gas e dell’elettricità che attraversano il bacino mediterraneo, può cercare di trasformare questa geografia in un vantaggio economico e diplomatico. Le relazioni con Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto assumono così un’importanza che va ben oltre la sola questione degli approvvigionamenti. Si inseriscono in una visione più ampia nella quale l’Italia intende diventare una piattaforma tra le risorse africane, i mercati europei e i crescenti bisogni del continente in materia di infrastrutture energetiche.

Questa ambizione si manifesta proprio mentre la dipendenza energetica italiana rimane elevata. Nel settembre 2026, il governo Meloni ha ulteriormente accelerato gli sforzi per sviluppare la produzione nazionale di petrolio e gas, in un contesto di forte vulnerabilità alle perturbazioni dei mercati internazionali. Il gas rappresenta quasi la metà della produzione elettrica italiana, mentre la fattura energetica del paese dovrebbe avvicinarsi ai 60 miliardi di euro nel 2026. Questa realtà conferisce al Piano Mattei una dimensione ulteriore: l’Africa non viene percepita soltanto come uno spazio di cooperazione o come una zona di origine e transito migratorio, ma come uno degli ambienti nei quali l’Italia può cercare di garantire i propri approvvigionamenti e rafforzare la propria posizione nella futura geografia energetica europea.

La questione è tuttavia più complessa di un semplice ritorno alla diplomazia degli idrocarburi. Il governo italiano cerca anche di inserire la propria azione africana nelle trasformazioni legate alle energie rinnovabili, alle infrastrutture elettriche, all’acqua, all’agricoltura e alle tecnologie. I meccanismi finanziari associati al Piano Mattei mostrano questa volontà di combinare cooperazione pubblica e mobilitazione del settore privato. Il dispositivo comprende in particolare un tetto di 500 milioni di euro destinato alle imprese italiane attive in Africa, una dotazione di 200 milioni di euro nell’ambito della «Misura Africa», una piattaforma di co investimento che può raggiungere 750 milioni di euro e diversi meccanismi associati alla Banca africana di sviluppo e alle infrastrutture verdi. Secondo il Ministero italiano degli Affari Esteri, l’Africa rappresentava già il 52% delle destinazioni geografiche delle risorse mobilitate in questo quadro, mentre i settori della sicurezza energetica e delle infrastrutture concentravano il 42% dei finanziamenti considerati, davanti alle imprese e agli insediamenti industriali con il 32%, quindi acqua, agricoltura e sicurezza alimentare con il 26%.

L’AFRICA COME POLITICA INDUSTRIALE

È qui che il Piano Mattei diventa particolarmente interessante per comprendere la politica economica di Meloni. La strategia africana non si limita a cercare nuovi sbocchi commerciali. Può anche servire a rafforzare la base produttiva italiana, in particolare per le imprese capaci di operare nei settori dell’energia, dell’edilizia, dell’agroalimentare, dell’ingegneria, della formazione professionale, delle infrastrutture digitali e della gestione dell’acqua. L’obiettivo consiste allora nel costruire una relazione nella quale gli investimenti italiani trovino nuovi mercati, mentre i partner africani ottengano capacità produttive, infrastrutture e competenze in grado di alimentare il proprio sviluppo.

Il programma TERRA, sviluppato con la FAO, illustra questo orientamento. Il suo obiettivo è facilitare l’accesso al finanziamento per microimprese e piccole e medie imprese agroalimentari in Africa e Turchia, combinando garanzie finanziarie, sostegno alle istituzioni bancarie locali e assistenza tecnica. Nell’aprile 2026, è stato concluso in particolare un finanziamento di 30 milioni di euro con Equity Bank in Kenya per ampliare il credito disponibile per le piccole e medie imprese, in particolare nel settore agricolo. Allo stesso tempo, è stato concluso un accordo per rafforzare le relazioni commerciali tra imprese italiane e keniote. Questo approccio mostra un’evoluzione importante della diplomazia economica italiana: l’obiettivo non è più soltanto finanziare progetti pubblici, ma creare meccanismi capaci di far circolare capitali, imprese, competenze e catene produttive tra le due sponde del Mediterraneo e oltre.

Questa logica spiega anche perché la formazione occupi un posto crescente nel dispositivo. Nel febbraio 2026, è stato lanciato il programma «Progetto Africa», finanziato con 6,5 milioni di euro dalla cooperazione italiana, per formare 1.320 dirigenti e alti funzionari di quattro paesi africani. In un altro ambito, programmi universitari e scientifici sono ormai integrati nel Piano Mattei, con iniziative destinate ad attirare studenti e ricercatori africani nelle istituzioni italiane. La posta in gioco è considerevole: in un continente nel quale la demografia trasforma rapidamente i bisogni in materia di formazione, occupazione e competenze, una politica che trattasse soltanto energia e migrazione rimarrebbe strutturalmente incompleta. La formazione può diventare uno degli strumenti più duraturi dell’influenza italiana se accompagnata da un’autentica circolazione delle competenze e dalla capacità per i laureati africani di contribuire successivamente allo sviluppo delle proprie economie.

MIGRAZIONE: LA FRONTIERA TRA COOPERAZIONE E INTERESSE NAZIONALE

Esiste tuttavia una dimensione del Piano Mattei che Roma non può dissociare dalla propria politica migratoria. Fin dalle sue origini, il progetto è stato associato all’idea di affrontare le cause profonde delle migrazioni irregolari sviluppando le economie dei paesi di origine e di transito. Questa filosofia si collega al Processo di Roma, che cerca di articolare migrazione, sicurezza, sviluppo, formazione professionale, agricoltura, energia e resilienza locale. Nel gennaio 2026, tredici nuovi progetti sono stati selezionati in questo quadro, con l’obiettivo di associare i paesi interessati a un approccio più globale alle rotte migratorie.

Questa articolazione può essere politicamente efficace, ma comporta una difficoltà fondamentale. Una politica di cooperazione concepita principalmente come strumento di controllo migratorio rischia di ridurre le società africane alla loro capacità di trattenere o lasciare partire le proprie popolazioni. Le dinamiche migratorie sono invece legate a fattori molto più complessi: demografia, occupazione, conflitti, cambiamento climatico, governance, disuguaglianze territoriali, aspirazioni individuali, reti familiari e prospettive economiche. L’efficacia di una strategia italiana in Africa dipenderà quindi dalla sua capacità di superare la sola logica della riduzione degli arrivi irregolari. Se lo sviluppo diventa soltanto un mezzo per impedire le migrazioni, la promessa di un partenariato equilibrato perde parte della propria credibilità. Se, al contrario, gli investimenti producono reali capacità economiche, l’obiettivo migratorio può diventare una conseguenza di una politica di sviluppo piuttosto che la sua unica giustificazione.

Questa distinzione è essenziale per comprendere la portata internazionale del progetto. L’Italia cerca di difendere il proprio interesse nazionale, cosa legittima in una politica estera, ma vuole contemporaneamente presentare la propria azione come un nuovo modello di cooperazione con l’Africa. I due obiettivi possono essere compatibili, a condizione che gli interessi dei partner africani non siano trattati come una variabile secondaria. Il principio del «partenariato tra pari» rivendicato da Roma sarà quindi confrontato con una domanda semplice ma decisiva: i paesi africani dispongono realmente di una capacità sufficiente per definire con l’Italia le priorità, le condizioni, i meccanismi di finanziamento e i risultati attesi dei progetti?

ROMA, BRUXELLES E LA NUOVA COMPETIZIONE PER L’AFRICA

Il Piano Mattei assume inoltre una dimensione europea. L’Italia non cerca soltanto di rafforzare le proprie relazioni bilaterali con i paesi africani; tenta di far riconoscere il proprio approccio come uno degli strumenti della politica europea verso il continente. Questa strategia beneficia di una convergenza con il programma Global Gateway dell’Unione europea, una parte sostanziale delle cui risorse è destinata all’Africa. Il Ministero italiano degli Affari Esteri sottolinea ormai esplicitamente le sinergie tra le due architetture e presenta il Piano Mattei come uno strumento capace di contribuire all’attuazione di Global Gateway secondo una logica di «Team Europe».

Questa articolazione offre a Roma una nuova possibilità. L’Italia non possiede né le risorse finanziarie dell’Unione europea, né la potenza militare degli Stati Uniti, né la scala industriale della Cina. Ma dispone di un vantaggio che poche grandi potenze europee possiedono con la stessa intensità: una prossimità geografica, storica, commerciale ed energetica con diverse regioni africane. Collegando i propri strumenti finanziari alle capacità europee, Roma può cercare di trasformare una potenza nazionale intermedia in influenza europea. Il Piano Mattei diventa allora meno un programma strettamente italiano che un laboratorio di ciò che potrebbe essere una politica europea più coordinata nei confronti dell’Africa.

Questa ambizione pone tuttavia Meloni di fronte a una contraddizione strategica. Più il Piano Mattei diventa europeo, più il suo successo dipende dalla capacità di Roma di lavorare con Bruxelles, con le istituzioni finanziarie europee e con i governi africani. Ma più il progetto viene presentato come espressione particolare della strategia italiana, più rischia di rimanere dipendente dalle risorse e dalla volontà politica di Roma. Il vero test consisterà quindi nel sapere se Meloni possa trasformare un’iniziativa nata dalla propria visione politica in un’architettura sufficientemente istituzionalizzata da sopravvivere al suo governo e diventare un elemento duraturo della politica estera italiana.

L’ITALIA TRA MEDITERRANEO E AFRICA

Il Piano Mattei rivela infine qualcosa di più profondo sulla concezione che Giorgia Meloni ha della potenza italiana. Per lungo tempo, l’Italia è stata considerata una potenza europea importante ma strutturalmente limitata dal proprio debito, dalla crescita debole, dalle divisioni territoriali e dall’instabilità governativa. Meloni cerca di rispondere a questa percezione utilizzando diversamente i punti di forza del paese. La geografia mediterranea, l’industria, le imprese energetiche, le reti diplomatiche, la vicinanza all’Africa e la capacità di agire simultaneamente a Bruxelles e nel mondo mediterraneo possono costituire gli elementi di una potenza d’influenza che non si basa sul dominio, ma sulla capacità di occupare posizioni strategiche.

Il Piano Mattei diventa così una delle espressioni più coerenti di questa dottrina. L’Italia cerca di presentarsi come un ponte, ma un ponte che non sarebbe semplicemente destinato a facilitare il passaggio di merci, capitali o migranti. Roma vuole essere uno degli attori che definiscono le regole, organizzano i corridoi energetici, strutturano gli investimenti e influenzano le priorità europee. È un’ambizione molto più grande di quella di una semplice politica africana.

Ma una strategia di potenza non si misura dalla grandezza delle sue intenzioni. Si misura dalla sua capacità di trasformare vantaggi geografici in risultati politici ed economici duraturi. Il Piano Mattei dispone ormai di un numero significativo di progetti, di un’architettura finanziaria diversificata e di una rete che si estende a diciotto paesi. Resta da dimostrare che questa moltiplicazione degli strumenti possa produrre una trasformazione sufficientemente profonda da modificare durevolmente la relazione tra l’Italia e l’Africa. È a questa condizione che Meloni potrà presentare la propria politica africana come uno degli elementi strutturali acquisiti del suo lungo periodo al potere, e non come una successione di iniziative diplomatiche sostenute da una congiuntura politica favorevole.

In questa prospettiva, l’Africa appare come lo specchio esterno della trasformazione che Meloni cerca all’interno dell’Italia. Sul piano interno, vuole dimostrare che la stabilità può restituire allo Stato la capacità di programmare. Sul piano esterno, vuole dimostrare che questa stabilità può conferire a Roma una politica estera più coerente, più ambiziosa e maggiormente centrata sui propri interessi strategici. Il successo del Piano Mattei si giocherà quindi all’incontro di queste due ambizioni: la capacità dell’Italia di tornare più forte al proprio interno e la sua capacità di convertire questa forza in influenza oltre i propri confini. È precisamente in questo punto che il bilancio di Meloni smette di essere soltanto italiano e comincia a diventare europeo, mediterraneo e africano.

E sovranità nazionale senza rinunciare alle interdipendenze che ormai strutturano il sistema internazionale.

È in questa tensione che si colloca la nuova politica di potenza di Roma. Essa costituisce uno dei prolungamenti più importanti della trasformazione di Giorgia Meloni dal suo arrivo al potere. La leader che aveva costruito la propria ascesa politica intorno alla sovranità nazionale governa ormai in un mondo nel quale nessuna sovranità europea può essere esercitata da sola.

L’Italia di Meloni non cerca quindi di ritirarsi dal sistema occidentale. Cerca di esercitarvi una maggiore influenza. Il successo di questa strategia dipenderà meno dalla vicinanza personale di un leader italiano a un presidente americano che dalla capacità di Roma di trasformare la propria posizione geografica, la propria economia, le proprie alleanze e la propria rete diplomatica in una vera capacità strategica.

È precisamente questo che condurrà alla prossima fase di questa analisi: l’Africa, il Piano Mattei e il tentativo italiano di trasformare il Mediterraneo in una piattaforma di proiezione economica e geopolitica.

LA DESTRA ITALIANA DOPO MELONI: NORMALIZZAZIONE, COMPETIZIONE E NUOVA FRATTURA

La longevità di Giorgia Meloni non può essere compresa senza tornare alla trasformazione della destra italiana, di cui essa è al tempo stesso il prodotto e una delle principali artefici. La sua ascesa al potere nel 2022 non ha semplicemente portato una nuova formazione politica alla guida del governo. Ha spostato il centro di gravità di un sistema politico nel quale la destra italiana era stata a lungo divisa tra diverse tradizioni: il conservatorismo nazionale di Fratelli d’Italia, il sovranismo regionale e anti immigrazione della Lega, il liberalismo europeo di Forza Italia e, più recentemente, una destra identitaria che cerca di superare i tradizionali confini della coalizione. Per quasi quattro anni, Meloni è riuscita a mantenere queste sensibilità all’interno della stessa architettura di governo, dando al contempo al proprio partito una posizione dominante. Ma questo successo contiene già la propria contraddizione. Quanto più Fratelli d’Italia si insedia al centro del potere, tanto più una parte dell’elettorato collocato alla sua destra cerca uno spazio politico diverso, meno istituzionale, più radicale e più direttamente ostile ad alcune forme di costruzione europea.

La traiettoria di Meloni si fonda precisamente su questa operazione di trasformazione. Fratelli d’Italia è nato nel 2012 nell’eredità della destra italiana post fascista, ma il partito ha progressivamente lavorato alla propria normalizzazione istituzionale e internazionale. Una volta al governo, Meloni ha confermato il proprio attaccamento alla NATO, al sostegno all’Ucraina e all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea, mantenendo al contempo un discorso fortemente caratterizzato dalla sovranità nazionale, dalla famiglia, dalla sicurezza, dall’identità culturale e dal controllo delle migrazioni. Questa combinazione le ha permesso di presentare il proprio governo come una destra conservatrice ormai capace di governare senza rompere con le principali strutture dell’ordine occidentale. È uno degli elementi che spiegano perché la sua esperienza venga osservata con tanta attenzione negli altri Paesi europei: Meloni ha cercato di dimostrare che una formazione proveniente dalla destra radicale poteva arrivare al potere, conservare una forte identità ideologica e, simultaneamente, operare all’interno delle istituzioni europee e atlantiche.

Questa normalizzazione non ha tuttavia mai significato la scomparsa delle tensioni ideologiche. Ha piuttosto spostato la frontiera del dibattito. Quando Meloni si avvicina al centro istituzionale, la questione diventa capire fino a che punto possa spingersi senza perdere quella parte del proprio elettorato che aveva votato proprio per rompere con il vecchio sistema. La stabilità di governo ha finora permesso di contenere questa contraddizione, ma non l’ha eliminata. Essa emerge ora con una nuova intensità nella crescita di Roberto Vannacci.

MELONI E LA RICOMPOSIZIONE DEL CENTRODESTRA

Il governo italiano poggia su una coalizione la cui solidità dipende tanto dalla complementarità dei partiti quanto dalla supremazia elettorale di Fratelli d’Italia. La Lega di Matteo Salvini conserva un’importante presenza politica, soprattutto nel nord del Paese, mentre Forza Italia, guidata da Antonio Tajani, apporta una cultura politica più liberale, europea e tradizionalmente legata alla relazione transatlantica. Questa diversità costituisce una forza quando consente a Meloni di rappresentare diverse sensibilità della destra italiana, ma diventa una debolezza quando le divergenze riguardano i grandi orientamenti strategici del governo.

Salvini rappresenta così una pressione permanente sulla destra di governo proveniente dalla sua destra. La sua formazione rimane legata a una linea sovranista e a una critica ricorrente di alcune politiche europee, mentre Tajani difende un orientamento più chiaramente europeista e più vicino alla tradizione politica di Silvio Berlusconi. Meloni si trova tra questi due poli. Deve preservare la coesione della propria coalizione senza consentire ai partner di definire da soli il posizionamento del governo. Questa posizione spiega in parte la sua insistenza sulla stabilità: finché la coalizione rimane funzionale, Fratelli d’Italia conserva la capacità di fissare l’agenda generale e di presentare le divergenze interne come differenze normali all’interno di una maggioranza duratura.

Il problema emerge quando nuove forze cominciano a competere simultaneamente con diverse componenti di questa coalizione. È esattamente ciò che produce oggi Futuro Nazionale. La formazione creata da Roberto Vannacci dopo la sua rottura con la Lega non si è affermata semplicemente come un nuovo partito di protesta. Cerca di occupare uno spazio alla destra di Meloni, contestando direttamente al tempo stesso la direzione europea e culturale assunta da una parte del centrodestra italiano.

VANNACCI: IL RITORNO DEL CONFLITTO A DESTRA

Roberto Vannacci rappresenta un fenomeno politico diverso da quello di Meloni. Ex generale dell’esercito italiano, si è imposto nel dibattito nazionale grazie a un discorso fortemente identitario e a una comunicazione politica che rifiuta le cautele del linguaggio istituzionale. La sua ascesa non si basa esclusivamente su una vecchia organizzazione partitica o su un apparato territoriale costruito nell’arco di diversi decenni. Si basa in larga misura sulla sua capacità di intercettare una parte dell’elettorato che ritiene che Meloni sia diventata troppo prudente dal suo arrivo al governo.

Questa evoluzione è ormai misurabile. Secondo la Supermedia AGI/YouTrend pubblicata il 10 settembre 2026, Futuro Nazionale raggiunge il 7,6% delle intenzioni di voto, alla pari con Forza Italia e davanti alla Lega al 5,6%. Fratelli d’Italia rimane nettamente in testa al 26,9%, ma il fenomeno Vannacci non può più essere considerato marginale. Un sondaggio YouTrend pubblicato pochi giorni prima collocava persino Futuro Nazionale al 7,9%, davanti a Forza Italia al 7,1% e alla Lega al 4,4%. I metodi e le date di queste rilevazioni sono differenti, ma la loro convergenza su un punto è significativa: Futuro Nazionale si è ormai insediato nel panorama politico nazionale.

Questa crescita modifica la natura della competizione all’interno della destra. Prima di Vannacci, Meloni doveva gestire soprattutto una competizione con Salvini per la leadership del campo conservatore. Ora una parte della battaglia si svolge attorno a un’altra questione: chi incarna la destra più autenticamente sovranista e identitaria? Meloni risponde con la capacità di governare, con la stabilità e con il riconoscimento internazionale. Vannacci risponde con la radicalità del discorso, la contestazione di alcune direttrici europee e la promessa di tornare a una concezione più dura dell’identità nazionale. Le due offerte politiche possono quindi competere senza essere totalmente incompatibili su tutti i temi.

È precisamente questo a rendere il fenomeno politicamente importante. Vannacci non ha bisogno di superare Meloni per modificare il suo ambiente politico. Gli basta ottenere un peso elettorale sufficientemente elevato da diventare indispensabile a una futura maggioranza o da imporre determinate tematiche all’interno della destra. Al 7,6% o all’8%, una nuova formazione può già modificare i calcoli delle coalizioni, le trattative sulle candidature e la formulazione dei programmi. La politica italiana entra così in una fase nella quale la questione non sarà più soltanto sapere se Meloni può conservare il potere, ma a quale prezzo ideologico potrebbe doverlo conservare.

UNA COMPETIZIONE SULL’EUROPA

Il confronto tra Meloni e Vannacci rivela anche una divergenza fondamentale sul futuro europeo. Meloni ha progressivamente adottato una strategia che consiste nell’influenzare l’Unione europea dall’interno. Critica alcune direttrici di Bruxelles, difende una maggiore sovranità degli Stati e insiste sui confini, sulla competitività e sulla difesa, ma non propone una rottura con l’Unione. Il suo obiettivo sembra piuttosto essere quello di modificare l’equilibrio politico europeo utilizzando il peso dell’Italia come grande economia dell’Unione e come potenza mediterranea.

Vannacci difende una concezione più radicale. Nel corso del forum economico di Cernobbio nel settembre 2026, ha attaccato l’integrazione politica europea e sostenuto un’Unione concepita maggiormente come piattaforma di cooperazione tra nazioni sovrane. Ha inoltre difeso una visione fortemente incentrata sull’identità culturale europea e criticato quella che considera un’eccessiva burocratizzazione di Bruxelles. Il suo discorso colloca quindi Futuro Nazionale su un terreno distinto da quello di Meloni: non si tratta più soltanto di riformare l’Unione, ma di mettere in discussione la direzione politica della sua integrazione.

La differenza può sembrare teorica, ma comporta conseguenze concrete. L’Italia dipende profondamente dal mercato unico, dalla moneta europea, dai meccanismi finanziari comunitari e dalle politiche comuni. Una strategia di confronto diretto con Bruxelles comporterebbe quindi costi considerevoli. Meloni lo sa ed è precisamente per questo che il suo governo ha cercato di combinare il discorso sovranista con il pragmatismo istituzionale. Vannacci, al contrario, può permettersi una maggiore radicalità perché non porta ancora la responsabilità quotidiana della gestione dello Stato. Beneficia così di un vantaggio classico delle forze di opposizione: la possibilità di trasformare le frustrazioni in programma senza dover arbitrare immediatamente tra le loro conseguenze di bilancio, diplomatiche ed economiche.

Questa differenza potrebbe diventare una delle principali questioni della campagna del 2027. Meloni dovrà difendere il proprio bilancio di governo, mentre Vannacci potrà chiedere se la trasformazione annunciata dalla destra italiana non sia stata progressivamente sostituita da una forma di gestione conservatrice. Il dibattito non riguarderà quindi soltanto l’immigrazione o l’identità. Riguarderà la definizione stessa della sovranità in un’Italia che appartiene simultaneamente all’Unione europea, alla zona euro e alla NATO.

LA SFIDA DELLA NORMALIZZAZIONE

La crescita di Vannacci pone a Meloni una questione più profonda: la normalizzazione di Fratelli d’Italia è diventata una forza o una debolezza? Dal punto di vista istituzionale, la risposta è chiaramente positiva. Meloni è riuscita a governare per quasi quattro anni, a mantenere una coalizione complessa, a rassicurare i mercati e a collocare l’Italia all’interno di una politica europea e atlantica relativamente stabile. Ma dal punto di vista della competizione elettorale, questa normalizzazione crea uno spazio alla sua destra.

La storia politica europea mostra che questo fenomeno non è eccezionale. Quando un partito proveniente da una tradizione radicale entra nelle istituzioni, deve generalmente scegliere tra due esigenze contraddittorie: conservare un’identità sufficientemente forte per mantenere la propria base elettorale e acquisire una rispettabilità sufficiente per ampliare il proprio consenso. Meloni ha privilegiato la seconda senza abbandonare completamente la prima. Vannacci cerca ora di recuperare coloro che ritengono che il compromesso di governo abbia indebolito il carattere di rottura della destra.

La difficoltà per Meloni sarà rispondere a questa concorrenza senza riprodurre la radicalità di Vannacci. Se irrigidisse fortemente il proprio discorso per impedire la fuga del suo elettorato verso Futuro Nazionale, rischierebbe di indebolire la credibilità internazionale costruita pazientemente. Se mantenesse una linea istituzionale e moderata, potrebbe lasciare a Vannacci uno spazio sufficiente per diventare il principale polo di contestazione a destra. Questa tensione sarà particolarmente visibile sull’immigrazione, sull’integrazione europea, sulla politica familiare, sulla giustizia e sulle questioni culturali.

Sarebbe tuttavia eccessivo considerare Futuro Nazionale come una forza già capace di sostituire Meloni. Le rilevazioni disponibili mostrano una crescita rapida, ma non costituiscono un’elezione. Il partito è giovane, la sua organizzazione territoriale deve ancora essere messa alla prova e la sua capacità di trasformare la popolarità di Vannacci in una struttura politica duratura rimane incerta. Il vero test sarà quello dell’insediamento territoriale, delle elezioni locali, dei candidati e della capacità di costruire una squadra politica che vada oltre la figura del suo fondatore. Una formazione che dipende quasi interamente dalla personalità del proprio leader può conoscere un’ascesa spettacolare e tuttavia incontrare rapidamente i propri limiti.

IL PARTITO DI MELONI DI FRONTE AL PROPRIO ORIZZONTE

Per Fratelli d’Italia, il problema è quindi meno la concorrenza immediata di Vannacci che la questione della propria evoluzione. Il partito è ormai il primo movimento politico italiano e rimane nettamente davanti ai concorrenti nei sondaggi. Un sondaggio YouTrend dell’inizio di settembre lo collocava al 26,5%, contro il 22,2% del Partito Democratico, mentre una media più recente lo portava al 26,9%. Questa supremazia significa che Meloni conserva una base elettorale considerevole, ma significa anche che qualsiasi erosione, anche limitata, può modificare i rapporti di forza all’interno della coalizione.

La situazione è tanto più interessante perché l’elettorato italiano rimane fortemente frammentato. Una parte importante dei cittadini si trova ancora nell’indecisione o nell’astensione. Nel sondaggio YouTrend pubblicato il 4 settembre, questa categoria rappresentava il 33,6% degli intervistati. Ciò significa che i rapporti di forza osservati oggi non costituiscono una fotografia definitiva del 2027. Indicano piuttosto le linee di frattura attorno alle quali la campagna potrebbe organizzarsi. La capacità dei partiti di mobilitare gli astensionisti, convincere gli elettori indecisi e costruire alleanze sarà probabilmente importante quanto il loro livello attuale nei sondaggi.

La destra italiana entra così in un periodo paradossale. Non è mai stata così saldamente insediata al governo, ma non è mai stata così chiaramente confrontata con la possibilità di una ricomposizione interna. Meloni domina il proprio campo, ma questa supremazia incoraggia precisamente la creazione di forze che vogliono contestarle la definizione di ciò che è la destra. Salvini conserva un’organizzazione storica ma vede il proprio spazio elettorale compresso. Tajani mantiene una presenza decisiva grazie a Forza Italia, ma il suo partito è ormai direttamente sfidato da Vannacci. Futuro Nazionale, ancora giovane, diventa già sufficientemente forte perché la sua eventuale relazione con la coalizione di destra venga considerata una questione strategica.

IL DOPO MELONI COMINCIA PRIMA DELLA FINE DI MELONI

La vera questione, quindi, non è più soltanto sapere se Giorgia Meloni sarà ancora Presidente del Consiglio dopo le prossime elezioni. È sapere quale sistema politico lascerà alle sue spalle. Il suo governo può sopravvivere, essere riconfermato o infine essere sostituito, ma la destra italiana che avrà contribuito a trasformare difficilmente tornerà alla configurazione del 2022. Fratelli d’Italia è diventato il centro di gravità del campo conservatore, l’Italia si è abituata a un governo di destra duraturo e una nuova generazione di elettori e responsabili politici considera ormai la destra nazionale come una forza di governo piuttosto che come un’opposizione permanente.

Questa trasformazione costituisce forse la principale eredità politica di Meloni. Ha dimostrato che una formazione a lungo associata a una tradizione politica marginalizzata poteva raggiungere il potere, durare ed esercitare le responsabilità dello Stato senza provocare la rottura internazionale che alcuni avevano annunciato. Ma lo stesso successo produce ora una nuova competizione. Diventando istituzionale, Meloni ha lasciato alla sua destra uno spazio per coloro che vogliono andare oltre. Consolidando Fratelli d’Italia, ha contribuito a rendere possibile una nuova battaglia per la leadership ideologica del conservatorismo italiano.

Il paradosso è quindi evidente. Quanto più Meloni riesce a stabilizzare la destra, tanto più deve ora affrontare le forze che ritengono che questa stabilizzazione abbia neutralizzato una parte della sua promessa di rottura. Il fenomeno Vannacci non costituisce soltanto una potenziale minaccia elettorale; è anche un test storico della trasformazione di Meloni. Se Futuro Nazionale continuerà a crescere, la domanda diventerà inevitabile: la destra italiana sta diventando una forza conservatrice istituzionale duratura oppure la sua normalizzazione rappresenta soltanto una tappa prima di una nuova radicalizzazione?

Con l’avvicinarsi del 2027, questo interrogativo potrebbe diventare importante quanto il bilancio economico o la questione della successione politica. Perché l’Italia di Meloni non è più semplicemente il laboratorio di una destra che arriva al potere. Sta diventando il laboratorio di una destra che ora deve decidere cosa vuole essere dopo aver scoperto di poter governare. È precisamente in questo momento che comincia la vera battaglia: non più conquistare lo Stato, ma definire la natura del potere conservatore italiano per il decennio a venire.

2027: LA BATTAGLIA DELLA SUCCESSIONE E IL TEST FINALE DI MELONI

Le elezioni del 2027 non saranno soltanto il momento in cui gli italiani decideranno se riconfermare o meno Giorgia Meloni. Costituiranno, più profondamente, il primo vero giudizio politico sull’intera esperienza di governo. Dall’ottobre 2022, Meloni ha beneficiato di un vantaggio di cui pochi leader italiani del dopoguerra avevano potuto disporre: il tempo. Ha governato in continuità, senza una grave crisi parlamentare, senza un cambio di Presidente del Consiglio, senza una rottura della coalizione e senza il crollo della propria maggioranza. È inoltre riuscita a mantenere Fratelli d’Italia al primo posto tra le forze politiche nazionali. Ma il tempo, che per lungo tempo ha costituito il suo principale capitale politico, comincia ora a cambiare natura. Non basta più a dimostrare la sua capacità di durare. Impone di misurare ciò che questa durata ha effettivamente prodotto.

I dati disponibili all’inizio di settembre 2026 offrono una fotografia molto più complessa di quella di una maggioranza di governo saldamente insediata. La Supermedia YouTrend AGI del 10 settembre colloca Fratelli d’Italia al 26,9%, il Partito Democratico al 21%, il Movimento 5 Stelle al 12,1%, Futuro Nazionale, la formazione di Roberto Vannacci, al 7,6%, alla pari con Forza Italia, mentre la Lega si colloca al 5,6%. Nella configurazione dei blocchi adottata da questa media, il centrodestra raggiunge il 41,1%, contro il 43,2% del campo largo di centrosinistra, mentre Futuro Nazionale viene conteggiato separatamente al 7,6%. Un’altra rilevazione Noto pubblicata pochi giorni prima dava Fratelli d’Italia al 27,5%, il PD al 19,5%, il Movimento 5 Stelle al 12,2% e Futuro Nazionale all’8%. Questi dati non costituiscono evidentemente una previsione elettorale, né tantomeno un risultato anticipato, ma mostrano una realtà politica essenziale: il prossimo scrutinio potrebbe giocarsi in uno spazio molto più frammentato di quanto lasci pensare la supremazia personale di Meloni.

Questa frammentazione assume un’importanza particolare perché la maggioranza di governo cerca precisamente di modificare le regole del gioco prima del prossimo scrutinio. Il progetto attualmente all’esame del Senato prevede un sistema prevalentemente proporzionale accompagnato da un meccanismo di premio di governabilità. La lista o la coalizione arrivata prima potrebbe ottenere 70 seggi supplementari alla Camera e 35 al Senato se raggiungesse almeno il 42% dei voti validi nelle due assemblee. Al di sotto di questa soglia, o in caso di risultati divergenti tra Camera e Senato, la ripartizione tornerebbe a essere proporzionale. Il testo prevede inoltre che le coalizioni presentino il proprio candidato alla Presidenza del Consiglio prima delle elezioni. Dopo l’approvazione alla Camera nel luglio scorso, il progetto ha iniziato il suo esame in seconda lettura al Senato il 9 settembre, con un voto atteso a metà settembre prima del ritorno alla Camera.

Questa riforma è importante perché rivela una delle contraddizioni fondamentali della fine del ciclo Meloni. Il governo presenta il nuovo sistema come uno strumento di stabilità destinato a evitare il ritorno a maggioranze fragili e a trattative interminabili che hanno segnato una parte della storia politica italiana. L’opposizione considera invece che una maggioranza al potere cerchi di adattare le regole elettorali ai propri interessi proprio mentre i sondaggi non le garantiscono più un vantaggio. Le due letture non sono necessariamente incompatibili. La stabilità costituisce realmente un problema storico della Repubblica italiana, ma ogni riforma elettorale adottata in prossimità di una scadenza importante diventa necessariamente una questione di potere. La soglia del 42% conferisce a questa riforma una dimensione particolarmente politica: allo stato attuale delle intenzioni di voto, il centrodestra è vicino a questa soglia, ma non l’ha ancora raggiunta, mentre l’allargamento del campo avversario rimane anch’esso incerto. La soglia può quindi apparire simultaneamente come un meccanismo di stabilità e come una frontiera elettorale decisiva.

La questione centrale del 2027 sarà tuttavia meno quella del risultato di Fratelli d’Italia che quella della capacità di Meloni di conservare attorno a sé una coalizione coerente. Dal 2022, il suo vantaggio è stato considerevole: è di gran lunga la prima forza del proprio campo, mentre i suoi partner sono rimasti in una posizione secondaria. Questa asimmetria le ha consentito di imporre il proprio orientamento generale sull’Europa, sulla politica estera, sulla migrazione, sulle finanze pubbliche e sulla sicurezza. Ma oggi produce un paradosso. Quanto più Meloni domina la destra, tanto più diventa visibile la relativa debolezza dei suoi alleati. Forza Italia conserva una funzione di moderazione europea, la Lega difende una linea sovranista più marcata e Futuro Nazionale cerca ormai di occupare lo spazio collocato ancora più a destra dell’insieme. La coalizione che ha permesso a Meloni di governare per quattro anni non è quindi più esattamente la coalizione che si presenterà davanti agli elettori nel 2027.

L’irruzione di Roberto Vannacci conferisce a questa trasformazione una profondità ulteriore. Futuro Nazionale non è ancora una forza paragonabile a Fratelli d’Italia, e il suo radicamento territoriale, la sua organizzazione e la sua capacità di trasformare una popolarità personale in una struttura politica duratura restano da dimostrare. Ma la sua ascesa è sufficientemente rapida da modificare i calcoli di tutti gli attori. Creato nel febbraio 2026 dopo la rottura di Vannacci con la Lega, il movimento ha raggiunto tra il 7,5% e l’8% in diversi sondaggi recenti, superando talvolta Forza Italia e la Lega. Questa crescita significa che lo spazio politico alla destra di Meloni non è più soltanto una potenziale riserva elettorale: comincia a diventare un attore autonomo.

Il fenomeno Vannacci costringe soprattutto Meloni a risolvere una difficoltà che finora aveva ampiamente evitato. Quando era all’opposizione, poteva aggregare attorno a sé elettori conservatori, sovranisti, nazionalisti e protestatari lasciando relativamente aperta la questione della loro compatibilità con l’esercizio concreto del potere. Dal suo arrivo al governo, ha progressivamente spostato Fratelli d’Italia verso una posizione istituzionale più compatibile con Bruxelles, Washington, la NATO e i grandi vincoli della politica europea. Questa normalizzazione ha rafforzato la sua credibilità internazionale e contribuito alla sua longevità. Ma ha anche creato uno spazio per coloro che ritengono che questa normalizzazione costituisca precisamente una rinuncia a una parte del programma originario della destra nazionale. Vannacci può quindi prosperare su una contraddizione prodotta in parte dallo stesso successo di Meloni.

La difficoltà sarà ancora più evidente sulla questione europea. Meloni ha dimostrato che una destra proveniente da una tradizione sovranista poteva governare un grande Paese fondatore dell’Unione europea senza provocare la rottura annunciata da alcuni dei suoi avversari. Ha scelto la negoziazione invece dello scontro permanente con Bruxelles, sostenuto l’Ucraina, difeso l’appartenenza italiana alla NATO e partecipato alla costruzione di una relazione istituzionale con le principali capitali europee. Questa evoluzione ha ampliato il suo spazio politico. Ma ha anche lasciato indietro una parte dell’elettorato che si aspettava una trasformazione molto più radicale dell’ordine europeo. Vannacci cerca ora di recuperare questo elettorato contestando non soltanto alcune politiche dell’Unione, ma la logica stessa di un’integrazione europea sempre più profonda. La battaglia del 2027 potrebbe quindi diventare uno scontro interno alla destra italiana sulla definizione stessa del conservatorismo al potere.

Il centrosinistra, dal canto suo, dispone di una possibilità storica senza disporre ancora di un’architettura politica sufficientemente consolidata. Il Partito Democratico rimane la seconda forza nazionale con circa il 21%, mentre il Movimento 5 Stelle conserva una base superiore al 12%. In alcune aggregazioni, il campo largo di centrosinistra supera il centrodestra. Ma questo vantaggio teorico dipende da una cooperazione tra forze le cui culture politiche, i cui elettorati e le cui strategie rimangono differenti. La questione non è quindi semplicemente sapere se l’opposizione possa superare Meloni nei sondaggi. È sapere se possa trasformare una somma di forze elettorali in una maggioranza di governo credibile. La storia recente dell’Italia mostra che un’opposizione capace di battere una maggioranza nelle intenzioni di voto non è necessariamente capace di costruire, dopo lo scrutinio, una coalizione stabile e duratura.

Questa questione è tanto più importante perché il bilancio del governo sarà valutato su terreni molto concreti. La crescita economica, i salari reali, il potere d’acquisto, la sanità pubblica, l’istruzione, i servizi pubblici, l’energia, l’immigrazione e la capacità di ridurre le fratture territoriali peseranno probabilmente più nella scelta degli elettori del solo successo istituzionale del governo nell’aver durato più a lungo dei suoi predecessori. Le rilevazioni mostrano già una difficoltà particolare presso le giovani generazioni. Secondo un’analisi pubblicata da Reuters in agosto, il sostegno al blocco di governo era inferiore al 30% tra gli under 35, mentre il centrosinistra si avvicinava alla metà delle intenzioni di voto in questa fascia d’età. La questione dell’occupazione, delle prospettive professionali, dell’istruzione e della partenza dei giovani laureati diventa così una questione elettorale strategica per il 2027.

La sconfitta del governo nel referendum sulla riforma giudiziaria costituisce anch’essa un precedente politico importante. Ha mostrato che la stabilità parlamentare non significa automaticamente capacità di trasformare tutti i grandi orientamenti istituzionali in consenso popolare. Meloni può controllare stabilmente una maggioranza parlamentare e allo stesso tempo incontrare importanti resistenze nella società. Questa distinzione sarà fondamentale nel 2027. Una parte del suo bilancio si fonda sulla capacità di aver mantenuto lo Stato lungo una traiettoria stabile; un’altra parte dovrà rispondere alla domanda se questa stabilità abbia consentito di modificare durevolmente le strutture del Paese. Il giudizio elettorale riguarderà precisamente questo divario tra stabilità di governo e trasformazione nazionale.

Esiste infine una questione più personale, quasi istituzionale, che potrebbe pesare sull’intera campagna: che cosa vuole realmente Giorgia Meloni per il prosieguo della propria carriera politica? La prima ipotesi è quella di un nuovo mandato alla Presidenza del Consiglio, che farebbe del 2027 l’inizio di un secondo ciclo destinato ad approfondire le riforme rimaste incompiute. La seconda è quella di una progressiva trasformazione del suo ruolo all’interno della destra italiana ed europea, con un’influenza che potrebbe oltrepassare direttamente la funzione di governo. Sarebbe tuttavia prematuro presentare come acquisita una qualsiasi traiettoria verso la Presidenza della Repubblica o un’altra importante funzione istituzionale. A questo punto, la vera questione è molto più semplice e molto più esigente: sapere se Meloni possa trasformare la propria longevità in un mandato politico rinnovato.

È precisamente qui che si colloca il vero test del 2027. Una vittoria di Meloni non significherebbe automaticamente che il suo primo mandato sia stato un successo storico, così come una sconfitta non significherebbe che la sua esperienza di governo sia stata un fallimento. Il risultato dovrà essere interpretato a partire dalla natura della maggioranza ottenuta, dal programma presentato, dal livello di partecipazione, dalla composizione del Parlamento e soprattutto dalla capacità del prossimo governo di produrre le trasformazioni che il primo ciclo non ha portato a compimento. Se Meloni vincerà con una maggioranza solida, disporrà di un argomento potente per sostenere che la stabilità era davvero la condizione preliminare per una trasformazione più profonda. Se vincerà senza raggiungere la capacità di governare promessa dalla riforma elettorale, il suo record di longevità apparirà più come un episodio eccezionale che come l’inizio di un nuovo modello politico. Se perderà, la questione diventerà immediatamente quella della successione e dell’eredità.

L’Italia entra così in una fase nella quale il tempo politico cambia significato. Per quattro anni, il principale racconto di Meloni è stato quello della rottura con l’instabilità cronica della Repubblica italiana. Con l’avvicinarsi del 2027, il racconto deve ora cambiare: non è più la durata a essere in gioco, ma l’uso di questa durata. La domanda che gli elettori dovranno decidere non sarà soltanto se desiderano ancora Giorgia Meloni. Sarà sapere se considerano l’Italia sufficientemente diversa da giustificare la prosecuzione dello stesso ciclo politico. È una domanda molto più difficile, perché obbliga a confrontare una promessa storica di stabilità con le realtà quotidiane di un Paese che rimane confrontato con una crescita debole, un debito elevato, una crisi demografica, salari sotto pressione, squilibri territoriali e una rapida trasformazione geopolitica.

Il paradosso di Meloni appare allora in tutta la sua forza. È riuscita a fare ciò che molti governi italiani non erano riusciti a fare: durare. Ma quanto più dura, tanto meno la durata può essere considerata una giustificazione sufficiente. Il record che ha appena stabilito diventa precisamente la base a partire dalla quale gli elettori possono chiederle di più. La stabilità, che ieri era il suo principale argomento politico, diventa oggi un obbligo di risultato. Ed è probabilmente questa trasformazione del significato stesso del suo record a fare del 2027 l’elezione più importante del suo ciclo politico.

LO SGUARDO CARAIBICO: CIÒ CHE L’ESPERIENZA ITALIANA DICE AGLI STATI DEI CARAIBI

Vista dai Caraibi, la traiettoria di Giorgia Meloni presenta un interesse che va ben oltre i confini italiani. L’Italia non è ovviamente né uno Stato insulare caraibico, né una piccola economia periferica, né una potenza paragonabile ai grandi centri decisionali del sistema internazionale. Appartiene al G7, all’Unione europea, alla NATO e all’area monetaria dell’euro. Il suo peso demografico, industriale, finanziario e diplomatico le conferisce capacità d’azione di cui la maggior parte degli Stati caraibici non dispone. Eppure esiste una prossimità strategica: l’Italia, come diversi Paesi dei Caraibi, vive all’incrocio di più mondi. È europea senza essere situata nel cuore del continente, mediterranea senza essere riducibile al suo immediato vicinato, occidentale pur essendo direttamente esposta alle dinamiche del Sud e profondamente dipendente dai flussi marittimi, energetici, migratori e commerciali che attraversano il suo ambiente. È precisamente questa posizione intermedia a rendere la sua esperienza particolarmente interessante per una lettura dai Caraibi.

La prima lezione riguarda la stabilità. Per decenni, una parte del discorso politico nei piccoli Stati e nelle economie vulnerabili ha presentato la stabilità istituzionale come una condizione quasi sufficiente dello sviluppo. L’esperienza italiana ricorda che essa è soltanto una condizione preliminare. Meloni ha appena dimostrato che un governo italiano può durare eccezionalmente a lungo in un sistema storicamente caratterizzato da cambiamenti di maggioranza e ricomposizioni ministeriali. Ma la durata non produce meccanicamente la trasformazione. Offre tempo allo Stato, riduce l’incertezza politica, facilita la programmazione di bilancio e consente alle amministrazioni di lavorare in una prospettiva più lunga. Crea quindi una capacità. Ma questa capacità deve poi essere convertita in infrastrutture, capitale umano, produttività, servizi pubblici, sicurezza energetica, innovazione e istituzioni più efficienti. È questa distinzione tra stabilità e trasformazione ad avere una portata universale.

Per le società caraibiche, questa distinzione è particolarmente importante perché l’instabilità politica e istituzionale è stata spesso analizzata come uno dei principali ostacoli allo sviluppo. Lo è effettivamente. Ma l’esperienza italiana mostra anche il rischio inverso: un sistema può diventare politicamente stabile senza risolvere abbastanza rapidamente i propri problemi strutturali. L’Italia rimane confrontata con una crescita debole, un debito elevato, una demografia sfavorevole, disparità territoriali considerevoli e una pressione persistente sui redditi reali. La stabilità può quindi diventare uno strumento di trasformazione oppure trasformarsi in semplice conservazione dell’equilibrio esistente. Tutto dipende da ciò che lo Stato fa del tempo politico di cui dispone.

La seconda lezione riguarda la geografia. Il Mediterraneo non è per l’Italia una semplice frontiera marittima. È diventato progressivamente uno spazio di sicurezza, energia, commercio, migrazione, investimento e proiezione diplomatica. I Caraibi dovrebbero poter essere pensati secondo una logica comparabile. Il mare che separa gli Stati insulari e i territori continentali della regione è simultaneamente il loro spazio di connessione. Contiene le rotte commerciali, le risorse ittiche, le infrastrutture portuali, i cavi sottomarini, i corridoi energetici, i flussi turistici e le vie migratorie che determinano una parte crescente della loro sovranità reale. Una politica marittima concepita unicamente sotto il profilo della sorveglianza delle frontiere sarebbe quindi insufficiente. Il mare deve essere considerato anche come un’infrastruttura economica, diplomatica, scientifica e tecnologica.

È qui che l’evoluzione italiana merita particolare attenzione. Roma cerca di articolare il proprio spazio mediterraneo con una politica africana più ambiziosa. Il Piano Mattei si inserisce in questa logica. Il suo obiettivo dichiarato non è soltanto finanziare progetti di sviluppo, ma costruire una relazione strategica con diversi Paesi africani in settori tanto diversi quanto l’energia, l’agricoltura, l’acqua, le infrastrutture, la formazione e il digitale. Nel 2026, il dispositivo italiano copre diciotto Paesi e più di settanta progetti, con un’architettura finanziaria che associa risorse pubbliche italiane, istituzioni europee, banche di sviluppo e capitali privati. Questa politica resta ovviamente sottoposta alla prova dei risultati, ma rivela una concezione importante della potenza: l’influenza non si fonda più soltanto sulla diplomazia classica o sulla forza militare; si costruisce anche attraverso infrastrutture, finanza, formazione e capacità di creare interdipendenze durature.

Per i Caraibi, questa evoluzione apre una riflessione strategica. Gli Stati della regione raramente dispongono della massa critica necessaria per condurre da soli politiche internazionali paragonabili a quelle di una potenza europea. Ma possiedono collettivamente una posizione geografica considerevole. I Caraibi si trovano in prossimità del mercato nordamericano, a contatto con l’America Latina, al centro di importanti rotte marittime e in uno spazio direttamente interessato dalle transizioni energetiche, climatiche e digitali. La debolezza relativa di diversi Stati non significa quindi assenza di valore strategico. Significa piuttosto che questo valore deve essere organizzato collettivamente.

La terza lezione riguarda la migrazione. L’Italia di Meloni ha fatto della riduzione degli arrivi irregolari un elemento centrale della propria politica interna ed estera. Gli arrivi irregolari sono effettivamente diminuiti rispetto al picco del 2023, mentre Roma ha moltiplicato gli accordi con Paesi del Nord Africa e sviluppato meccanismi di cooperazione con Tunisia, Libia e altri partner. Il dispositivo albanese destinato a gestire alcune procedure migratorie ha tuttavia incontrato difficoltà giuridiche e operative, ricordando che una politica migratoria non può essere concepita indipendentemente dal diritto, dai tribunali e dagli obblighi europei.

Dai Caraibi, questa questione deve essere osservata con particolare prudenza. Le migrazioni caraibiche sono anch’esse legate a fattori economici, politici, climatici e di sicurezza che superano ampiamente la capacità d’azione di un singolo governo. La tentazione di ridurre la migrazione a una questione di controllo delle frontiere porta rapidamente a ignorarne le cause strutturali. L’esperienza italiana suggerisce invece che la politica migratoria diventa realmente strategica quando viene integrata in una politica più ampia di sviluppo, cooperazione economica, sicurezza regionale, mobilità legale e diplomazia. La frontiera può essere controllata, ma non può essere stabilizzata durevolmente se i fattori che producono gli spostamenti umani rimangono invariati.

Una quarta lezione riguarda la demografia. L’Italia appartiene ormai al gruppo delle società europee in cui l’invecchiamento demografico trasforma direttamente la politica economica e sociale. La diminuzione della popolazione attiva esercita una pressione sul sistema pensionistico, sulla disponibilità di manodopera, sui servizi pubblici e sulla sostenibilità delle finanze pubbliche. Le politiche familiari introdotte dal governo Meloni cercano di rispondere a questa tendenza, ma la loro efficacia non può essere misurata nel breve periodo. Il problema è strutturale: una politica natalista non produce immediatamente una nuova generazione attiva e non risolve automaticamente la questione dell’attrattività del Paese per i giovani lavoratori.

I Caraibi conoscono dinamiche differenti, ma alcune conseguenze sono comparabili. L’emigrazione dei giovani qualificati priva diverse economie di competenze indispensabili, mentre le rimesse della diaspora compensano parzialmente questa perdita. Questa contraddizione merita di essere considerata come una questione strategica e non come un semplice dato migratorio. Un’economia può ricevere miliardi di dollari in rimesse e continuare a perdere progressivamente una parte del proprio capitale umano. La vera politica demografica dovrebbe quindi cercare di creare le condizioni nelle quali la diaspora diventi un’estensione economica, scientifica e culturale del territorio, piuttosto che un sostituto permanente dell’assenza di opportunità locali.

L’esperienza italiana mostra inoltre che una politica di sovranità contemporanea non consiste più semplicemente nel proclamare l’indipendenza dello Stato. Consiste nell’identificare le dipendenze critiche e nel ridurre quelle che possono indebolire la capacità decisionale nazionale. L’energia offre oggi un esempio particolarmente chiaro. Nel settembre 2026, l’Italia sta accelerando alcuni progetti nazionali di produzione di petrolio e gas proprio mentre il governo cerca parallelamente di rafforzare la propria sicurezza energetica in un contesto internazionale profondamente perturbato. Il Paese produce ancora una quantità limitata di idrocarburi rispetto ai propri fabbisogni, ma il governo considera ormai l’energia una questione di sicurezza nazionale tanto quanto una questione economica.

Per gli Stati caraibici, questa riflessione è essenziale. La sovranità energetica non significa necessariamente disporre di grandi riserve di idrocarburi. Può significare produrre localmente più elettricità, sviluppare le energie rinnovabili, mettere in sicurezza le reti, modernizzare i porti, diversificare i fornitori, rafforzare le capacità di stoccaggio e ridurre le vulnerabilità legate alle importazioni. In economie insulari esposte agli uragani e agli shock esterni, l’energia è al tempo stesso una questione di sviluppo, resilienza climatica e sicurezza nazionale. Una politica energetica coerente diventa quindi una politica di sovranità.

La stessa logica si applica al digitale. L’Italia comprende progressivamente che la potenza economica europea dipende sempre più dal controllo delle tecnologie, dei dati, delle infrastrutture digitali e delle competenze scientifiche. I Caraibi non possono aspettare di raggiungere il livello industriale delle grandi potenze prima di partecipare a questa trasformazione. I piccoli Stati possono talvolta compensare la propria ridotta dimensione con la capacità di diventare piattaforme specializzate in determinati settori: servizi digitali, cybersicurezza, finanza tecnologica, ricerca oceanografica, intelligenza artificiale applicata al clima, gestione delle catastrofi, turismo intelligente, agricoltura di precisione ed economia marittima.

È probabilmente su questo terreno che il confronto con l’Italia diventa più fecondo. La vera potenza di uno Stato non risiede soltanto nella dimensione del suo territorio o nella grandezza del suo esercito. Dipende dalla sua capacità di organizzare le proprie risorse, anticipare le proprie vulnerabilità e trasformare i propri vantaggi geografici in capacità economiche e diplomatiche. L’Italia possiede un’industria, una flotta commerciale, imprese internazionali, un sistema universitario e una posizione mediterranea che le consentono di convertire la propria geografia in influenza. Gli Stati caraibici devono cercare i propri equivalenti, a partire dalle proprie realtà e non attraverso l’imitazione meccanica del modello europeo.

Esiste infine una dimensione politica più profonda. Meloni ha dimostrato che una forza politica proveniente dalla destra nazionale poteva passare dalla marginalità alla guida di un grande Stato europeo senza provocare la rottura istituzionale che alcuni avevano annunciato. Questa traiettoria pone una domanda che va oltre la destra italiana: come trasforma una democrazia una forza di contestazione in una forza di governo? La risposta dipende meno dall’etichetta ideologica che dalla capacità di trasformare un discorso politico in politiche pubbliche coerenti, compatibili con il diritto, le istituzioni e i vincoli economici. La vera prova comincia quando il movimento non deve più soltanto denunciare il sistema, ma deve assumerne la gestione quotidiana.

Questa questione riguarda anche le democrazie caraibiche. In società nelle quali la fiducia nelle istituzioni è talvolta fragile, i cittadini possono essere attratti da formazioni che promettono una rottura totale con le élite tradizionali. Ma la rottura elettorale non è una politica pubblica in sé. Deve essere seguita da una capacità amministrativa, da una strategia economica, da un quadro giuridico e da una visione internazionale. Senza questa seconda fase, la mobilitazione politica rischia di trasformarsi in delusione, quale che sia l’ideologia che l’ha sostenuta.

L’esperienza di Meloni offre quindi una lezione paradossale ai Caraibi. Mostra che uno Stato può recuperare una capacità di durata senza aver ancora risolto l’insieme delle proprie debolezze strutturali. Mostra inoltre che un Paese di medie dimensioni può utilizzare la propria posizione geografica come moltiplicatore di potenza, a condizione di collegare politica interna, diplomazia, energia, migrazione, commercio, difesa e cooperazione internazionale. Ma ricorda soprattutto che nessuna stabilità può essere giudicata unicamente sulla base della sua longevità. La vera misura di un ciclo politico risiede nella sua capacità di trasformare il tempo guadagnato in capacità durature.

Per i Caraibi, questa conclusione assume una portata particolare. La regione non è priva di posizione strategica. Non è priva neppure di risorse umane, diaspora, potenziale marittimo, prossimità a grandi mercati e possibilità nei settori dell’energia, del turismo, dell’agricoltura, del digitale e dell’economia blu. Ciò che manca maggiormente è la capacità di articolare queste risorse in una strategia regionale sufficientemente coerente affinché la geografia cessi di essere soltanto un vantaggio naturale e diventi un vero strumento di potenza collettiva.

L’Italia di Meloni ricorda così che la sovranità del XXI secolo non è una fortezza. È un’architettura. Si fonda sulla capacità di uno Stato di conoscere le proprie dipendenze, scegliere i propri partenariati, diversificare le proprie risorse, proteggere le proprie istituzioni e negoziare con potenze più grandi senza perdere il controllo dei propri interessi fondamentali. È questa concezione della sovranità, più economica, tecnologica, energetica, marittima e istituzionale che territoriale, che costituisce forse la lezione più importante dell’esperienza italiana per le società caraibiche.

Dal Mediterraneo come dai Caraibi, la stessa domanda finisce quindi per emergere: come trasformare una posizione geografica in capacità politica? L’Italia cerca oggi la propria risposta attraverso l’Europa, il Mediterraneo, l’Africa, l’energia e la difesa. Gli Stati caraibici devono cercare la propria a partire dalle proprie realtà, ma con la stessa esigenza: non considerare più la propria situazione geografica come un semplice dato del mondo, bensì come un capitale strategico da organizzare. È a questa condizione che la stabilità può diventare qualcosa di diverso da una pausa tra due crisi e trasformarsi in una vera politica di potenza.

LO SGUARDO DI CPGNNEWS: QUANDO LA STABILITÀ DIVENTA UNA PROVA DI POTENZA

Il record di Giorgia Meloni merita innanzitutto di essere riconosciuto per ciò che è: un evento politico maggiore nella storia della Repubblica italiana. In un Paese che ha conosciuto sessantotto governi dal 1946 e nel quale la durata media degli esecutivi è rimasta storicamente breve, superare la soglia di longevità stabilita da Silvio Berlusconi rappresenta qualcosa di più di una curiosità statistica. Significa che un sistema politico a lungo associato all’instabilità può produrre una continuità di governo sufficientemente forte da modificare le abitudini della vita pubblica. Meloni ha quindi già realizzato qualcosa di importante. Ma questo successo pone immediatamente una domanda più esigente: quanto vale la stabilità quando non è più una promessa, ma una risorsa disponibile?

È a partire da questa domanda che lo sguardo di CPGNNews si distingue da una semplice lettura partitica del fenomeno Meloni. Non consideriamo la longevità di governo come una prova automatica di successo, così come non consideriamo le difficoltà economiche, sociali o istituzionali come la prova automatica di un fallimento. La realtà è più complessa. Meloni ha stabilizzato il centro decisionale italiano, migliorato la credibilità di bilancio del Paese, mantenuto una relazione costruttiva con le istituzioni europee, consolidato l’ancoraggio atlantico di Roma e ridotto fortemente gli arrivi irregolari rispetto al picco del 2023. Allo stesso tempo, la crescita rimane debole, il debito pubblico resta estremamente elevato, i salari reali hanno subito una pressione significativa, i servizi pubblici rimangono sotto tensione e diverse riforme strutturali annunciate non hanno prodotto la trasformazione attesa. Il bilancio è quindi quello di un governo che è riuscito maggiormente a stabilizzare il sistema che a rifondarlo.

Questa distinzione ci sembra fondamentale. In molti Paesi, in particolare nelle democrazie confrontate con crisi istituzionali ricorrenti, la stabilità viene spesso presentata come l’obiettivo ultimo. Dovrebbe tuttavia essere considerata soltanto l’inizio di una politica di trasformazione. Un governo stabile può preparare riforme su più anni, mettere in sicurezza gli investimenti, rafforzare l’amministrazione, sviluppare infrastrutture, migliorare l’istruzione, modernizzare i sistemi sanitari, investire nella ricerca e costruire una politica industriale coerente. Se non lo fa, la stabilità rischia di diventare una forma di conservazione. Il tempo politico viene allora consumato senza essere realmente convertito in capacità nazionale.

L’esperienza italiana ci conduce quindi a riformulare la questione del potere. La vera potenza di un governo non si misura soltanto nella sua capacità di rimanere in carica. Si misura nella sua capacità di utilizzare la durata per aumentare i margini di manovra del Paese. Una politica economica che riduce alcune vulnerabilità di bilancio ma non riesce ad accelerare durevolmente la produttività rimane incompleta. Una politica migratoria che riduce gli arrivi irregolari ma non costruisce simultaneamente una strategia di mobilità legale, integrazione e cooperazione economica rimane parziale. Una politica estera che rafforza la presenza di un Paese nelle istituzioni europee e atlantiche aumenta la sua influenza, ma deve anche produrre risultati economici, energetici, tecnologici e diplomatici misurabili. Una politica africana che moltiplica i progetti guadagna visibilità, ma deve dimostrare che questi progetti creano realmente valore, competenze, infrastrutture e partenariati equilibrati.

È qui che il Piano Mattei diventa particolarmente rivelatore. L’Italia tenta di trasformare la propria prossimità mediterranea in uno strumento di proiezione verso l’Africa, collegando cooperazione, energia, agricoltura, infrastrutture, formazione, finanza e interessi industriali. Questo orientamento corrisponde a una concezione moderna della potenza, nella quale l’influenza non passa più soltanto attraverso i vertici diplomatici o gli accordi politici, ma anche attraverso la capacità di finanziare, costruire, formare e connettere. Il modello italiano rimane ancora in fase di dimostrazione, ma la sua ambizione è chiara: fare della geografia una capacità strategica. Per CPGNNews, questa evoluzione merita di essere seguita con attenzione perché si collega a una questione essenziale per i Caraibi: come trasformare una posizione geografica eccezionale in influenza economica, diplomatica, marittima, energetica e tecnologica?

La questione migratoria rivela un’altra dimensione di questa trasformazione. Il Mediterraneo e i Caraibi sono due spazi differenti, ma entrambi sono regioni nelle quali il mare costituisce simultaneamente una frontiera e un corridoio. I movimenti di popolazione non possono quindi essere affrontati durevolmente soltanto attraverso dispositivi di controllo. Derivano da squilibri economici, conflitti, crisi politiche, cambiamenti climatici e differenze considerevoli nel tenore di vita. La politica migratoria diventa realmente strategica quando viene integrata in una politica di cooperazione, sviluppo, sicurezza, mobilità legale e protezione delle persone. L’Italia cerca ancora questo equilibrio. Anche i Caraibi dovranno trovarlo, a partire dalle proprie realtà.

Il dossier Meloni rivela inoltre una trasformazione della destra europea. La normalizzazione di Fratelli d’Italia ha mostrato che una forza proveniente dalla destra nazionale poteva passare dallo status di movimento contestatario a quello di partito di governo senza uscire dall’Unione europea, senza lasciare la NATO e senza provocare la rottura con Bruxelles che alcuni scenari avevano anticipato. Ma questa normalizzazione produce una nuova competizione. Quanto più Meloni diventa una leader istituzionale, tanto più una parte dell’elettorato che desidera una rottura più profonda può cercare una nuova rappresentanza. La rapida emersione di Futuro Nazionale attorno a Roberto Vannacci ne costituisce già uno dei segnali. La questione non è quindi più soltanto sapere se la destra possa governare. Diventa: quale destra può governare durevolmente senza perdere la propria identità e quale destra può conservare la propria identità senza perdere la propria capacità di governo?

Questa tensione ha una portata europea. Il modello Meloni non corrisponde né al sovranismo di rottura né al federalismo europeo classico. Cerca piuttosto di occupare uno spazio intermedio nel quale lo Stato nazionale rimane il centro politico, mentre l’Unione europea diventa uno strumento di potenza collettiva quando serve gli interessi italiani. Questa concezione può diventare particolarmente influente in un’Europa confrontata simultaneamente con la guerra, la competizione industriale, la dipendenza energetica, la pressione migratoria, il ritorno della rivalità tra grandi potenze e l’incertezza della relazione transatlantica. Ma comporta anche una contraddizione: quanto più l’Europa deve diventare potente, tanto più i suoi Stati membri devono accettare di mettere in comune determinate capacità. Quanto più i governi nazionali rivendicano la propria autonomia, tanto più questa messa in comune diventa politicamente difficile.

La relazione con Washington illustra perfettamente questa tensione. Meloni era stata inizialmente considerata una delle leader europee suscettibili di mantenere un canale privilegiato tra l’Europa e Donald Trump. L’evoluzione del 2026 ha mostrato i limiti di questa ipotesi. Le tensioni emerse attorno alla guerra contro l’Iran e le critiche pubbliche di Trump hanno dimostrato che una presunta vicinanza politica non basta a garantire una relazione strategica duratura. Per l’Italia come per l’Europa, la questione diventa quindi quella della reciprocità. Un partenariato transatlantico credibile non può fondarsi soltanto sulla dipendenza europea dalle capacità americane. Presuppone anche che l’Europa sviluppi le proprie capacità militari, energetiche, industriali e diplomatiche. La richiesta italiana di diversi miliardi di euro nell’ambito del programma europeo SAFE si inserisce precisamente in questa nuova realtà.

Questa evoluzione conduce a una definizione più esigente della sovranità. La sovranità del XXI secolo non significa isolamento. Significa capacità di scegliere le proprie dipendenze, diversificare i propri partner e preservare margini di decisione quando l’ambiente internazionale diventa instabile. Uno Stato veramente sovrano non è quello che rifiuta tutti i partenariati. È quello che possiede capacità proprie sufficienti per negoziare i propri partenariati senza essere interamente determinato da essi. Questa definizione ci sembra particolarmente pertinente per gli Stati dei Caraibi, la cui esistenza internazionale poggia spesso su un equilibrio delicato tra grandi potenze, istituzioni multilaterali, investitori stranieri, diaspore e partner regionali.

La questione energetica conferma questa lettura. L’Italia rimane fortemente dipendente dalle importazioni, mentre l’energia rappresenta ormai un fattore maggiore di sicurezza nazionale. Le recenti scelte di Roma a favore dell’accelerazione di alcuni progetti petroliferi e di gas devono essere comprese in questo contesto di vulnerabilità, ma anche confrontate con gli obiettivi europei di transizione energetica e con gli imperativi climatici. La contraddizione non è propria dell’Italia. Costituisce uno dei grandi dilemmi della nostra epoca: come garantire immediatamente la sicurezza energetica preparando al tempo stesso l’uscita progressiva dai modelli energetici che hanno contribuito al cambiamento climatico? La risposta non può essere puramente ideologica. Deve essere tecnologica, economica, scientifica e strategica.

Per i Caraibi, questa questione è ancora più sensibile. La dipendenza dai combustibili importati, la vulnerabilità delle reti elettriche, gli effetti degli uragani e l’esposizione alle fluttuazioni dei prezzi internazionali creano una combinazione di rischi che incide direttamente sulla sicurezza economica. La transizione energetica non dovrebbe quindi essere presentata soltanto come un obbligo climatico. Può diventare una strategia di sovranità. Produrre localmente una maggiore quantità di energia rinnovabile, modernizzare le reti, sviluppare lo stoccaggio, migliorare l’efficienza energetica e costruire capacità regionali di cooperazione può ridurre simultaneamente i costi, le vulnerabilità esterne e i rischi climatici.

Lo stesso ragionamento vale per la demografia e il capitale umano. L’Italia scopre che l’invecchiamento di una società finisce per diventare una questione di potenza nazionale. I Caraibi devono anch’essi osservare con attenzione gli effetti dell’emigrazione dei giovani, soprattutto quando le economie locali investono nella formazione senza poter poi trattenere le competenze prodotte. La diaspora rappresenta un’immensa risorsa finanziaria, culturale e intellettuale, ma non dovrebbe diventare la giustificazione di una dipendenza strutturale. La vera strategia consiste nel trasformare la diaspora in una rete di potenza: investimento, trasferimento di competenze, ricerca, imprenditorialità, istruzione superiore, diplomazia economica e cooperazione scientifica possono permettere a un Paese di beneficiare dei propri cittadini stabiliti all’estero senza accettare che l’emigrazione diventi la principale risposta alle insufficienze nazionali.

Al termine di questo dossier, la nostra lettura di Giorgia Meloni è quindi necessariamente sfumata. Non è né la leader rivoluzionaria che alcuni dei suoi sostenitori hanno voluto presentare, né la minaccia esistenziale che alcuni dei suoi avversari avevano annunciato. È diventata qualcosa di più interessante per l’analisi politica: un esempio concreto di trasformazione di una forza di destra radicale in una forza di governo duratura all’interno di una democrazia europea complessa. La sua esperienza permette di osservare, quasi in tempo reale, ciò che produce il confronto tra ideologia e responsabilità dello Stato, tra sovranità nazionale e interdipendenza europea, tra controllo migratorio e realtà geopolitica, tra stabilità istituzionale e necessità di riforme strutturali.

È per questo che il vero bilancio di Meloni non dovrebbe essere fermato al numero di giorni trascorsi a Palazzo Chigi. Il suo record è ormai stabilito. Il giudizio storico comincia soltanto ora. Gli anni a venire diranno se questa stabilità avrà permesso all’Italia di diventare più produttiva, più innovativa, più resiliente sul piano energetico, più coerente sul piano istituzionale, più influente in Europa e più capace di organizzare il proprio ambiente mediterraneo e africano. Diranno inoltre se Fratelli d’Italia sarà riuscito a costruire una nuova destra europea duratura oppure se la normalizzazione di Meloni avrà semplicemente aperto uno spazio a una nuova generazione di forze più radicali.

Per CPGNNews, è precisamente questa distinzione che deve rimanere al centro dell’analisi. La politica contemporanea non può più essere compresa soltanto attraverso le categorie tradizionali di sinistra e destra, maggioranza e opposizione, nazionalismo e integrazione europea. Deve essere analizzata a partire dalla capacità reale degli Stati di produrre sicurezza, prosperità, coesione sociale, innovazione e sovranità in un mondo nel quale i rapporti di potenza si stanno rapidamente ricomponendo. Meloni rappresenta uno dei laboratori europei di questa nuova epoca. L’Italia non è diventata un’ulteriore grande potenza. Cerca piuttosto di tornare a essere una media potenza capace di utilizzare pienamente i propri punti di forza.

È forse qui che risiede il significato più profondo del suo record. Dopo diversi decenni durante i quali l’Italia è stata spesso descritta come un Paese dotato di immense risorse ma incapace di convertirle durevolmente in potenza politica, economica e istituzionale, il governo Meloni ha dimostrato che un’altra traiettoria era possibile. Resta ora da dimostrare che essa possa produrre qualcosa di più di una stabilità politica eccezionale. La vera posta in gioco non è più sapere per quanto tempo Meloni possa governare. È sapere se l’Italia possa utilizzare questa stabilità per cambiare durevolmente traiettoria.

E dai Caraibi, un’ultima domanda si impone: quanto tempo potrebbero guadagnare i nostri stessi Stati se riuscissero a trasformare la stabilità istituzionale in capacità nazionale? Perché la lezione italiana, in fondo, non è soltanto italiana. Riguarda tutti i Paesi che cercano di uscire dal ciclo dell’instabilità, della dipendenza e della gestione permanente dell’emergenza. La stabilità non è ancora la potenza. È la possibilità della potenza. La potenza comincia quando questa possibilità diventa una capacità organizzata, duratura e misurabile.

DOPO IL RECORD, L’ITALIA DEVE ANCORA DIMOSTRARE DI ESSERE CAMBIATA

Giorgia Meloni ha ormai ottenuto ciò che pochissimi leader italiani del dopoguerra erano riusciti a ottenere: abbastanza tempo per governare senza che la permanenza stessa del suo governo fosse diventata una crisi. Il suo arrivo a Palazzo Chigi era stato accompagnato da tutte le interrogativi suscitati dall’ascesa al potere di una destra proveniente da una tradizione politica rimasta a lungo ai margini del sistema istituzionale italiano. Quattro anni dopo, la questione non è più sapere se Meloni fosse in grado di governare. Lo ha fatto. Ha persino governato abbastanza a lungo da iscrivere il proprio nome nella storia politica della Repubblica.

Ma un record di longevità produce un nuovo obbligo. Finché la stabilità non era acquisita, poteva essere presentata come un obiettivo. Ora diventa il punto di partenza del giudizio. L’Italia non può più chiedere soltanto al proprio governo di rimanere in carica. Deve poter constatare che questa continuità ha prodotto maggiore capacità economica, coesione sociale, efficacia istituzionale e forza strategica. È questa transizione dalla stabilità come successo politico alla stabilità come obbligo di risultato a determinare la vera portata del ciclo Meloni.

Il bilancio deve quindi essere necessariamente valutato su più livelli. Sul piano politico, il successo è incontestabile. Sul piano internazionale, Meloni è riuscita a collocare l’Italia in una posizione più visibile e coerente, soprattutto all’interno dell’Unione europea, della NATO e nello spazio mediterraneo. Sul piano migratorio, gli arrivi irregolari sono diminuiti nettamente rispetto al picco raggiunto nel 2023. Sul piano di bilancio, il governo ha cercato di preservare la credibilità finanziaria del Paese nonostante il peso considerevole del debito. Sul piano strategico, Roma sta ora cercando di rafforzare il proprio ruolo in Africa, nell’energia, nella difesa e nelle infrastrutture.

Ma i limiti sono altrettanto reali. La crescita rimane insufficiente per modificare rapidamente la traiettoria economica del Paese. Il debito pubblico resta estremamente elevato. I salari reali continuano a essere sotto pressione. L’invecchiamento demografico continua a ridurre progressivamente i margini di manovra dell’economia. I divari tra il Nord e il Mezzogiorno non sono scomparsi. I servizi pubblici, in particolare la sanità e l’istruzione, continuano ad affrontare difficoltà strutturali. Diverse riforme istituzionali hanno incontrato forti resistenze oppure non hanno ancora prodotto i cambiamenti annunciati. Il governo può quindi rivendicare una stabilità eccezionale senza poter ancora sostenere che questa stabilità abbia trasformato in profondità tutte le strutture del Paese.

È questa differenza che dovrebbe guidare il giudizio storico. Sarebbe troppo semplice concludere che Meloni abbia fallito perché l’Italia non è stata completamente trasformata. Sarebbe altrettanto insufficiente concludere che abbia avuto successo semplicemente perché è durata più a lungo dei suoi predecessori. Tra queste due letture si trova la realtà di un governo che ha probabilmente portato a termine la sua prima missione, stabilizzare il centro politico, ma che deve ancora dimostrare di poter realizzare la seconda, aumentare in modo duraturo le capacità del Paese.

Il prossimo ciclo sarà quindi più difficile del precedente. Nel 2022, Meloni poteva ancora beneficiare del capitale politico della novità, dell’attesa e della rottura con una lunga successione di governi. Nel 2027, dovrà difendere un bilancio. I suoi avversari potranno contrapporle i salari, la sanità, la scuola, la crescita e la demografia. I suoi alleati dovranno spiegare il proprio ruolo all’interno di una coalizione dominata da Fratelli d’Italia. Vannacci e Futuro Nazionale potranno cercare di convincere gli elettori conservatori che la normalizzazione di Meloni ha allontanato il governo da alcune delle ambizioni originarie della destra nazionale. Il centrosinistra, da parte sua, dovrà dimostrare di essere capace di trasformare una somma di forze in una vera alternativa di governo.

La prossima elezione sarà quindi meno una semplice consultazione su Giorgia Meloni che un referendum politico sul significato dei suoi quattro anni di stabilità. Gli italiani dovranno decidere se questo periodo abbia costituito una prima tappa verso una nuova traiettoria nazionale oppure semplicemente una parentesi eccezionalmente lunga all’interno di una storia politica ancora segnata dalle stesse fragilità.

È forse per questo che il record di Meloni possiede un significato che va oltre la sua persona. Dimostra che una democrazia può cambiare le proprie abitudini politiche senza necessariamente sconvolgere il proprio regime. Mostra che una forza un tempo periferica può entrare al centro del potere e imparare a governare. Rivela inoltre che, una volta diventata forza di governo, una destra nazionale deve affrontare gli stessi vincoli delle altre forze politiche: finanze pubbliche, istituzioni, mercati, amministrazione, alleanze internazionali, demografia e aspettative sociali. L’esercizio del potere trasforma i partiti tanto quanto i partiti cercano di trasformare lo Stato.

L’Italia del 2026 si trova quindi in un momento particolare. Non è più esattamente l’Italia instabile dei decenni precedenti, ma non è ancora diventata l’Italia trasformata che la durata eccezionale del governo Meloni avrebbe potuto far sperare. Si trova tra le due. Questa posizione intermedia è politicamente scomoda, ma intellettualmente interessante. Permette di osservare ciò che la stabilità produce realmente quando si confronta con problemi che non possono essere risolti da una sola legislatura, da una sola maggioranza o da una sola dottrina politica.

La vera erede di Meloni potrebbe essere forse Meloni stessa, se riuscirà ad aprire un secondo ciclo capace di andare oltre il primo. Potrebbe essere anche un’altra personalità del suo schieramento, se la destra italiana sceglierà di trasformare l’esperienza accumulata dal 2022 in una nuova generazione politica. Potrebbe ancora essere una forza esterna all’attuale coalizione, se gli elettori riterranno che la stabilità non abbia prodotto risultati sufficienti. Per questo la questione del 2027 non si riduce a «Meloni o l’opposizione». Riguarda la capacità dell’Italia di trasformare una nuova cultura della stabilità in una nuova cultura di governo.

Dai Caraibi, questa conclusione merita di essere osservata con particolare attenzione. Le traiettorie politiche europee vengono spesso analizzate come fenomeni lontani dalle preoccupazioni caraibiche. Eppure, le stesse questioni fondamentali attraversano entrambi gli spazi: come costruire istituzioni capaci di durare, come utilizzare questa continuità per investire nel capitale umano, come ridurre le dipendenze critiche, come gestire le migrazioni, come preservare la sovranità in un sistema internazionale dominato dalle grandi potenze e come trasformare una posizione geografica in un vantaggio economico e diplomatico.

L’Italia non offre un modello da riprodurre. Offre un laboratorio da osservare. La sua forza risiede nelle sue istituzioni, nella sua industria, nella sua appartenenza europea, nella sua posizione mediterranea e nel suo capitale umano. Le sue debolezze sono diverse da quelle degli Stati caraibici. Ma la sua esperienza ricorda una verità che merita di essere posta al centro di ogni riflessione sullo sviluppo politico: la stabilità non è la destinazione. È la capacità di scegliere una direzione e mantenerla abbastanza a lungo da produrre risultati.

È in ultima analisi secondo questo criterio che la storia giudicherà Giorgia Meloni. Non in base al numero di giorni trascorsi al potere, anche se questo record resterà negli annali della Repubblica italiana, ma in base a ciò che quei giorni avranno permesso di costruire. Se l’Italia uscirà da questo periodo con un’economia più produttiva, una società meglio preparata all’invecchiamento, istituzioni più efficaci, un sistema energetico più sicuro, una difesa più credibile, una maggiore influenza europea e una relazione più strutturata con il proprio ambiente mediterraneo e africano, allora il record di Meloni avrà rappresentato qualcosa di più di una performance politica. Avrà segnato l’inizio di una trasformazione.

Se, al contrario, la stabilità rimarrà principalmente un fenomeno di durata senza una trasformazione strutturale proporzionata, il suo record resterà notevole, ma la sua eredità sarà più limitata. La storia ricorderà allora che una leader è riuscita a far durare un governo in un Paese in cui i governi duravano poco, senza che questa longevità fosse sufficiente a risolvere le profonde fragilità dello Stato e della società.

Tra queste due possibilità si trova l’Italia dei prossimi mesi. Un’Italia che dispone ancora di tempo, ma che non può più chiedere al tempo di parlare al suo posto.

Il record è ormai acquisito. Il vero giudizio comincia.

FINE DEL DOSSIER

L’Italia di Giorgia Meloni entra così in una fase in cui la durata non potrà più essere considerata una risposta in sé. Il record storico appartiene ormai agli archivi della Repubblica. Ciò che appartiene ancora al presente, e soprattutto al futuro, è la questione di sapere che cosa questa durata avrà realmente permesso di costruire.

Tra la stabilità politica e la trasformazione nazionale esiste uno spazio che solo i risultati possono colmare. È in questo spazio che si giocheranno i prossimi mesi, la prossima battaglia elettorale e, al di là di Giorgia Meloni, la definizione stessa della nuova destra italiana, del posto di Roma in Europa e della capacità di uno Stato antico di trasformare le proprie risorse, la propria geografia e la propria influenza in una potenza duratura.

L’esperienza italiana ricorda infine che un governo non diventa storico semplicemente perché dura. Diventa storico quando la durata produce una nuova capacità di affrontare problemi che il tempo politico ordinario generalmente non permette di risolvere.

Dopo il record comincia quindi la prova più impegnativa: dimostrare che la stabilità può diventare una forza di trasformazione.

CPGNNews

Sguardo globale. Una lettura dai Caraibi.

CaribPulse Global News Network

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